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Offerte di lavoro per i giovani, finalmente arrivano i soldi: dall’Europa 1 miliardo e 500 milioni di euro

1,2 milioni di ragazzi italiani non studiano e non lavorano. Più di un terzo dei cosiddetti Neet è concentrato in Campania e in Sicilia.

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Vi voglio parlare ancora una volta di lavoro. Specialmente di quello dei giovani, che rischiano la disoccupazione di lungo periodo o il precariato a vita. Dopo avervi parlato di green jobs (leggi qui) e di altri settori dove l’occupazione c’è (scoprilo qui), vi segnalo una novità che arriva dall’Europa, e che quindi riguarderà anche l’Italia: arrivano i soldi, finalmente. Veri. Il 2014 sarà l’anno della verità, con 1 miliardo e 500 milioni di euro da spendere, fino al 2015, per dare le qualifiche giuste ai giovani Neet (Not Engaged in education, employment or traning) che non studiano, non lavorano e non si preparano nel modo giusto per avere un lavoro. Stiamo parlando di quasi 1,2 milioni di giovani italiani, il nostro più prezioso capitale umano in termini di futuro, dei quali più di un terzo è concentrato in Campania e in Sicilia.

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La lotta alla disoccupazione giovanile dal Consiglio europeo di Bruxelles del giugno scorso è diventata una priorità nell’agenda dell’Unione, anche grazie alla spinta del tandem italiano Letta-Giovannini, e la Bei, il braccio finanziario dell’Unione, è scesa in campo, pronta a mettere soldi sul tavolo per ottenere risultati concreti. Così, per esempio, i primi 240 milioni di euro sono stati appena stanziati per creare posti di lavoro per i giovani nelle piccole e medie imprese e nella start-up innovative. «È un passo importante per evitare il rischio di una ripresa economica jobless e per aiutare le imprese a crescere e i giovani a lavorare» spiega Dario Scannapieco, vice presidente della Bei. E aggiunge: «L’Italia ha un punto di forza, unico al mondo, nell’universo di aziende a cavallo tra imprenditoria e artigianato, con ottime presenze sui mercati internazionali. Qui dobbiamo spingere, e qui il lavoro c’è e ci sarà….».

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Dunque, artigianato e industria a 360 gradi. Una miniera d’oro che perfino l’America della grande finanza e della grande industria sta provando a riscoprire, e non a caso Barack Obama ha voluto tra i suoi consulenti alla Casa Bianca il sociologo Richard Sennet, dopo che ha letto il suo saggio L’uomo artigiano, un libro che rimette al centro dell’economia il buon lavoro fatto con arte, intelligenza, sapienza manuale e conoscenza. In Italia, il Censis presieduto da Giuseppe De Rita da anni esplora e afferma le potenzialità di questo settore, e nell’ultimo Rapporto 2013 parla di «crescente intensità del comparto artigiano, con la moltiplicazione di iniziative innovative come l’artigianato digitale». Sono novità importanti, che possono lasciare un segno profondo e positivo nella lotta alla disoccupazione. Purché, e si torna sempre a un problema decisivo, si riesca a incrociare la domanda con l’offerta.

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Per esempio, in Italia i diplomati più introvabili sono, a proposito di artigianato digitale, gli sviluppatori di software: ogni 100 offerte di posti, 35 restano scoperti. A seguire ci sono i disegnatori tecnici, i riparatori di macchinari, i progettisti meccanici. Tutte figure che non riusciamo a formare in modo completo per soddisfare le richieste da parte delle piccole e medie imprese, o per rafforzare il bacino del lavoro autonomo artigianale e innovativo. Poi ci sono posti, tanti posti, per sarti, pellettieri, valigiai, addetti alla tessitura e alla maglieria, orafi, ricamatori. E ancora modellisti, tagliatori di pelle, esperti in rammaglio e rammendo. Qui il buco è doppio, e vale una voragine se lo misuriamo come spreco, incredibile ma vero, delle enormi opportunità che non cogliamo per dare un’occupazione a giovani e meno giovani, per esempio operai da riqualificare in uscita da  fabbriche e settori obsoleti. A forza di dequalificare formazione e dignità del lavoro artigiano, che invece rappresenta una genetica eccellenza del made in Italy (al Nord come al Sud e al Centro), infatti, negli ultimi anni abbiamo dato due colpi mortali al sistema Italia. Da un lato si è eclissato l’artigianato di qualità (avete mai provato a fare riparare una valigia? È una missione impossibile), che invece potrebbe essere rilanciato grazie anche al tessuto già esistente della rete dell’Italia fai da te, e dall’altro le aziende, a partire da quelle del lusso molto competitive sui mercati internazionali, sono continuamente a corto di personale con queste caratteristiche artigianali. Lo stesso discorso, cioè posti di lavoro in aumento (e difficili da reperire), al confine tra artigianato e impresa, riguarda il personale specializzato nelle lavorazioni alimentari, i fabbri ferrai, i saldatori, i montatori di macchine fisse e mobili. Per loro il lavoro c’è e ci sarà.

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Dall’artigianato, industriale e autonomo, spostiamoci a un altro settore al centro di un cambiamento epocale di figure che scompaiono e nuovi posti che si possono creare: l’universo delle professioni. Gli studi professionali sono stati travolti, con differente intensità anche dal punto di vista geografico (più al Sud e al Centro, meno al Nord), dagli effetti a catena della Grande Crisi, con crolli di fatturati e riduzioni di personale a catena. Scompaiono posti, e perfino tipologie di lavoro: dalla segretaria all’impiegato addetto alla cancelleria, dal centralinista al factotum che in uno studio professionale di piccolo e medio livello aveva un particolare ruolo, anche di fiducia con il titolare. Più o meno lo stesso fenomeno, e qui i numeri sono veramente in imponenti, nel settore bancario e assicurativo. Gli organici sono tagliati con la scure, in modo netto e irreversibile, con la cancellazione di migliaia e migliaia di postazioni di cassieri, sportellisti, impiegati con qualifiche troppo generiche. Aumentano però, e lo si vede mettendo piede in una qualsiasi agenzia di banca, i consulenti che si occupano della gestione del risparmio degli italiani, una fonte importante del reddito delle banche, disastrate, e dunque costrette ai tagli imponenti di personale, spesso anche da una spericolata e opaca gestione di mezzi finanziari (vedi scandali e conti a rischio default)  e delle risorse umane (vedi assunzioni clientelari a pioggia negli anni d’oro del credito). In questa rotazione del lavoro che scompare e di quello che appare, e tornando all’universo delle professioni, secondo i dati di Confprofessioni, tra gennaio e giugno del 2013, cioè in piena recessione, ci sono state quasi 30mila nuove assunzioni a livelli impiegatizi. Dove? Assumono commercialisti, consulenti di gestione, medici, dentisti e veterinari. Stabili avvocati e notai. Diminuiscono le offerte dagli studi di ingegneri e di architetti.

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Nel frattempo, per artigiani e nuove figure professionali, dalla Germania dove la disoccupazione è ai minimi dal 2012 e quella giovanile è al 7 per cento, arrivano due piccole lezioni tedesche, molto utili per l’Italia. La prima: la metà dei ragazzi tedeschi frequentano un corso di formazione professionale, tre giorni alla settimana training in azienda e due giorni in aula, e alla fine degli studi trovano lavoro al massimo entro tre mesi. La seconda: tra le figure professionali che la Germania sta importando dall’Italia, giovani che emigrano da regioni come il Lazio e la Campania, ci sono gli esperti in Turismo e nel campo dei  Beni culturali. Ma non è l’Italia il primo Paese al mondo per ricchezze in questi due gironi dell’economia e del (potenziale) lavoro?