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Mariti e cuochi in affitto: creativi anti-crisi

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AFFITTUARI di libri, shopper personali, cuochi a 4 ruote, meccanici di biciclette itineranti, mariti per una giornata, produttori di pantaloni su misura. A fronte d’una crisi occupazionale persistente e di una ripresa che è perennemente a corto d’ossigeno, per i lavoratori americani la creatività occupazionale è diventata l’unica riosorsa. L’Unica arma per combattere la recessione e la morte dell’innovazione. Soprattutto dinanzi all’inefficacia dei programmi federali di rilancio dell’occupazione e della produttività.

E’ una specie di Omaha Beach – un’ultima spiaggia–sulla quale oggi volente o nolente sono insabbiati qualcosa come 14,5 milioni di americani, 6,5 poco più che ventenni e altri molti di fresca laurea. E così, non potendo contare sul posto stabile e sicuro, il lavoro gli americani se lo inventano. Finiscono col diventare urban beekeeper (allevatori urbani d’api), pastori interstiziali, permaculturisti, operatori greentech, produttori di carburanti rinnovabili e microbanchieri.

Una delle nuove occupazioni più in voga, soprattutto tra i giovani disoccupati di sinistra delle periferie metropolitane, è quella dell’agricoltura verticale, obbligatoriamente biologica e praticata negli edifici abbandonati dai supermercati falliti a causa della recessione. Così gli scatoloni di cemento nei quali nel passato albergavano i department store come Emporium, CircuitCity e KMart adesso si trasformano in palazzi del cibo nei quali si ricostruisce la piramide alimentare

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in versione produttiva: allevamenti ittici al vertice dell’edificio e i cui scarti percolando verso il basso si trasformano nelle sostanze che nutrono i teloni di pomodori a vigna, i campi di legumi e gli alberi di frutta che vengono coltivati ai piani inferiori.

Eventualmente poi tutti i rifiuti finiranno o con l’essere trasformati in mangime per i polli e i maiali che razzolano ai piani inferiori, oppure supercompressi saranno usati come carburante nelle fornaci che producono l’energia necessaria al fuzionamento dell’edificio. Julie Christensen, una giovane docente delll’Oberlin College, su questo fenomeno ha scritto addirittura un libro, Big Box Reuse, arrivato in libreria all’inizio di quest’anno e che ha riscosso un certo successo di pubblico.

"Si tratta di ecosistemi produttivi a ciclo chiuso, nel quale anche i rifiuti hanno una funzione", afferma Kwasi Cobie Harris, professore di Scienze Politiche alla San José State University e promotore della costruzione di un centro siffatto nella periferia industriale di Oakland, uno dei principali bastioni operai e afro-americani della Bay Area di San Francisco, "Sono idee che avrebbero fatto la felicità di Mao, che durante la rivoluzione culturale aveva cercato di promuovere l’idea delle industrie a ciclo completo".  E non solo quella di Mao – bisogna aggiungere – ma anche a Washington, visto che uno dei promotori di questo tipo di iniziative, Van Jones, un giovane di colore uscito dai ghetti neri di San Francisco, era finito addirittura alla Casa Bianca come consigliere di Obama sull’economia verde.

Il web non poteva non giocare ovviamente un ruolo centrale in questa rivoluzione imprenditoriale. "Su internet ci sono meno barriere che quelle che si incontrano ad aprire un negozio o un ufficio tradizionale", spiega Sherif Mitayas, specialista per il commercio al dettaglio di A. T. Kearney, un’istituto di consulenza aziendale: "Non ci sono affitti, problemi di vetrina, di stoccaggio e di tasse. Uno può innovare con maggiore facilità se non deve mantenere una struttura fisica con tutte le spese annesse e connesse".

Ma a prescindere dal fatto che si tratti di attività online o di attività tradizionali, i nuovi imprenditori tendono ad essere operatori di nicchia che si muovono in piccola scala. Molte volte a livello di di quartiere o di settore, con prodotti che mirano ad un segmento specifico. "Il mercato è ancora molto difficile, non è per gente dallo stomaco debole", aggiunge Mytias. Un mercato per siti come Alice 1, Bonobos 2 e Chegg 3 per fare un esempio. Sono partiti per soddisfare necessità specifiche dei consumatori, come quelle degli studenti universitari che non si possono permettere di comprare i libri di testo (Chegg glieli affitta), o quelle di coloro che non vestono bene le taglie standard (Bonobos gli produce capi d’abbigliamento su misura), sono diventati in poco tempo dei fenomeni di massa.

Ma mentre molti disoccupati si lanciano sul web altri fanno scelte decisamente insolite. Alcuni non esitano a trasformarsi in uomini di casa a pagamento, come nel caso dei creatori di Husband 4 Hire 4 (marito in affitto) e di Hire an Husband, due organizzazioni che nate per offrire aiuto domestico a donne singole sono in breve tempo diventate un punto di riferimento per tutte le famiglie che devono fare lavoretti di casa – dall’idraulica all’elettricità – e il cui "uomo di casa" è troppo impegnato o inesperto per poterli concludere con successo.

Altri invece hanno deciso che se la montagna non va a Maometto, questi andrà dalla montagna. E così nel pieno della crisi sono fioriti decine di servizi a domicilio: dal cuoco personale, allo shopper personale – professionisti che si recano a casa del cliente e dopo avergli fatto la spesa gli cucinano una serie di pietanze che questi consumerà nel corso del tempo – al meccanico di biciclette e quello automobilistico a domicilio, oggi negli USA è possibile assumere qualsiasi professionista o qualsiasi tecnico senza dover mai uscire di casa.

Anche i servizi che tradizionalmente si legavano a località fisse e puntavano alle tasche dei consumatori facoltosi, come la cucina gourmet, stanno diventando popolari e alla portata di più persone. Grazie anche ai furgoncini che si fermano agli angoli dei marciapiedi dei distretti finanziari di città come New York, San Francisco e Los Angeles: oltre ai piatti tradizionali della cucina messicana, come i burrito, offrono pietanze più ricercate della cucina francese, di quella tailandese, di quella italiana e di quella cinese, per citarne solo alcune.

Molti giovani diventano dumpster divers, ovvero vanno a caccia di cibo e di prodotti riusabili nei cassettoni della spazzatura. Si tratta in questo caso dei dumpster che si trovano alle spalle dei mega mercati americani e nei quali ogni notte vengono scaricate, ancora avvolte nel loro involucro di cellophane, le confezioni di cibo appena scadute, i prodotti fuori moda, quelli che non tirano piu, le confezioni danneggiate e tutto quello che non si confà più all’estetica del consumo di massa attuale. Negli USA questi giovani li chiamano Freegans. "Il principio centrale è quello di scavalcare l’economia tradizionale. Di rifiutarsi di partecipare al banchetto del consumismo, questi giovani non vogliono far parte dello stauts quo, vogliono vivere come se l’utopia si fosse già realizzata", afferma Chirs Carlosson, autore di Nowtopia, la Bibbia di quelli che dell’alternativismo hanno già fatto uno stile di vita. "E non si tratta solo di non partecipare al banchetto del consumismo ma di riciclarne le spoglie in modo da ridurre il consumo, aiutare il riuso e incrementare il riciclaggio", conclude Carlsson.