Anche le vacanze hanno un’anima che si può sintetizzare in poche parole: non fare nulla. A prescindere dal luogo fisico, quello che conta è l’approccio mentale con il quale riusciamo a goderci davvero, senza sprecarle, le nostre pause. Ci sono persone che proprio non riescono a fare a meno di organizzare, programmare, schedulare: per loro la vacanza può trasformarsi in un incubo. Al contrario, chi riesce a staccare la spina nel senso pieno del termine, scoprirà il piacere assoluto del non fare nulla.
Proteggere l’anima di una vacanza significa liberarla di tutto ciò che può portare stress, ansia, fatica. Il tempo si dilata, gli spazi vuoti si allargano, gli impegni sono cancellati: tutto si decide all’impronta, nella totale libertà dei propri desideri. Non fare nulla significa riempire la giornata di tempi morti, pause, lentezza, e quindi emozioni, anche solo per una passeggiata al tramonto sulla spiaggia oppure ad alta quota.
La vacanza del non fare nulla impone una tregua tecnologica, e va interpretata come un’opportunità da cogliere per un digital detox: una volta tanto smartphone, pc, tablet, fanno quello che decidiamo noi. Tacciono. E la televisione, se proprio si accende, è per cullarci con un vecchio film, uno sceneggiato in bianco e nero, un documentario sulla natura, e non certo per accumulare le ansie velenose sparse dai talk show.
Anche fare una cosa alla volta, sfilandosi dal multitasking, è una curva nell’universo del non fare nulla. Significa non sovrapporre le attività, rischiando di annullarne il piacere in una babele di azioni combinate. In vacanza si può passeggiare, senza gli auricolari per ascoltare la musica. Tenere a riposo lo smartphone per mandare messaggi, scrollare le notizie, scattare foto e girare video. Leggere senza doversi sbrigare per un impegno mondano. Pause semplici, ma molto disintossicanti dal veleno della velocità imposta come stile di vita.
Uno studio pubblicato su Science nel 2014 mostrava quanto sia difficile per molte persone restare da sole, senza fare nulla, anche solo per alcuni minuti: molti di loro preferirebbero una lieve scossa elettrica alla sensazione del non fare nulla. Un’altra ricerca, sempre del 2014, pubblicata su Plose One, mostra come momenti di “riposo vigile”, senza fare nulla, senza stimoli esterni, consentono al cervello di trattenere meglio ciò che ha appena imparato. Durante queste pause, il cervello riesce a stabilizzare i ricordi che si sono formati da poco, rendendoli più solidi e duraturi, e rafforzando così la sua capacità di memoria.
Già nella filosofia greca l’idea del riposo era spesso abbinata al “non fare nulla”. Aristotele distingueva la fatica e l’impegno del lavoro, per soddisfare i bisogni vitali dell’uomo, dalla scholé , il tempo libero da dedicare all’ozio, al riposo, alla contemplazione, liberi da scadenze e affanni materiali e disposti anche ad approfondire la dimensione spirituale. Quel termine, scholé, è diventato l’antenato etimologico della nostra parola “scuola”, in contrapposizione all’ascholia, il tempo impegnato con il lavoro. In epoca latina, Seneca scrisse un testo intitolato De otio, nel quale sottolineava come “non fare nulla” sia una scelta necessaria non per stare inerti e passivi, ma per scoprire meglio sé stessi. Con una parabola dal tono evangelico, Seneca spiegava che come il terreno ha bisogno di riposare per produrre meglio, così l’animo e il corpo dell’uomo si rafforzano con le pause che aiutano a recuperare lucidità, senso della misura, e a ricostruire i momenti nei quali di quel tempo di cui disponiamo in abbondanza, ne sprechiamo tanto, troppo.
Confucio era molto chiaro a proposito dell’esigenza del non fare nulla, e diceva che agire continuamente, senza pause e discernimento, non porta a nulla, e anzi diventa controproducente. Anche lui ricorreva a una parabola per spiegare la vitalità del non fare nulla. Un gruppo di discepoli del suo agorà decide di trascorrere una giornata di primavera senza fare nulla, ma semplicemente passeggiando lungo il fiume con gli amici, bagnandosi nell’acqua, e cantando sulla via del ritorno. Per Confucio questa è la scelta giusta quando è il momento di non fare nulla, e abbandonarsi, senza impegni, ai piaceri della serenità, dell’amicizia, e del contatto diretto con la natura.
Nel Cristianesimo, la Bibbia ricorda che Dio creò il mondo in sei giorni, mentre il settimo decise di riposare senza fare nulla. E nei Vangeli è Gesù che frequentemente si ritira, fa un passo indietro anche rispetto alla sua predicazione, e si abbandona alla contemplazione, che da quel momento nella tradizione cristiana si integra perfettamente con l’azione, in una simbiosi nella quale una non può fare a meno dell’altra.
Il testo moderno più coerente con l’idea dell’importanza di non fare nulla è sicuramente il saggio Elogio dell’ozio scritto nel 1932 dal filosofo Bertrand Russel, che vide nel progresso tecnologico un’opportunità per lavorare meno e liberare più tempo per non fare nulla e vivere meglio. Russel non poteva certo immaginare che, al contrario, la poderosa e rapida evoluzione della tecnologia ci avrebbe trascinato verso quella che il filosofo tedesco di origine coreana Byung-Chu Han ha definito La società della stanchezza, dal titolo del suo saggio pubblicato per la prima volta nel 2010: un mondo contemporaneo dominato dall’ansia del fare, senza pause, con molti divieti, regole e disciplina, e con un continuo sfruttamento di sé stessi. Una trappola, dalla quale secondo Han, si può uscire soltanto la contemplazione, il silenzio, le pause, la lentezza. Gli ingredienti naturali del non fare nulla.
Leggi anche:
Vuoi conoscere una selezione delle nostre notizie?
- Iscriviti alla nostra Newsletter cliccando qui;
- Siamo anche su Google News, attiva la stella per inserirci tra le fonti preferite;
- Seguici su Facebook, Instagram e Pinterest.

