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I figli del low cost

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È la generazione dei bambini perduti. Cresce nelle terre più povere dell’Asia meridionale, in Thailandia, in Cambogia, nelle Filippine. Hanno tutti la pelle più chiara o più scura dei loro coetanei, tendente al bianco come quella degli europei o al nero come quella degli afro-americani. E hanno capelli rossi come un irlandese o biondi come un tedesco o uno svedese, nasi più lunghi della media e occhi grandi, tondi che tradiscono il loro segreto.
I padri non li hanno mai visti, se non in qualche foto sbiadita rimasta in giro per caso, aggrappati lascivi e in genere ubriachi ai fianchi delle loro madri. Sono i figli dei voli a prezzi stracciati che trasportano nei bordelli asiatici i ricchi occidentali appassionati di un tipo di turismo perverso: quello sessuale. Sono il prodotto di un incidente di percorso, di un anticoncezionale che non ha funzionato, di una violenza o di un bicchiere di alcool di troppo. Sono decine di migliaia di individui che crescono estranei in un ambiente ostile.

In un solo bordello si vendono 1500 donne
A essi, alle loro storie e difficoltà, il quotidiano berlinese Tagesspiegel ha dedicato un lungo ed emozionante reportage di Wolfgang Bauer, che si è spinto fino ad Angeles City, la capitale filippina della prostituzione, per visitare il Walhalla, un bar-bordello (li chiamano bar-girls) gestito da un danese e raccontare la vita di Noriel Quintana, del fratellino più piccolo e di sua madre Nida. Lì 1500 donne vendono il loro corpo nel Walhalla, dividendosi in tre turni per coprire tutte le 24 ore. La Germania è uno dei paesi che maggiormente esporta questo tipo di turismo tutto maschile.
Il giornalista ha descritto le miserie di questa famiglia senza padre: il lavoro duro e abbrutito della madre («c’è sempre un inglese che ti offre alcolici fino alle 6 del mattino»), l’affidamento dietro compenso dei figli a una coppia di estranei, la vita da avulsi che i due conducono nella scuola dove subiscono una sorta di razzismo alla rovescia: «Ci dicono che siamo diversi, stranieri, che abbiamo gli occhi rotondi, che non siamo simili a loro».
I due fratelli hanno padri di diversi continenti: americano Noriel, che di anni ne ha 11, francese il piccolo, che si chiama Brian e di anni ne ha solo 6. Prima abitavano ad Angeles City con la nonna ma, quando è morta, si sono dovuti trasferire in un paese a due ore di strada. La mamma non poteva tenerli in casa e così una parte dello stipendio se ne va per pagare i tutori, che a intervalli costanti provano a spillarle sempre più soldi.
Lei va a trovarli ogni due settimane, arrivando con un autobus in questo piccolo paesino dove i due faticano a fare amicizia, sia a scuola dove sono gli unici figli del bordello, che fuori. Nel resto della città ci sono altri bimbi senza padri ma tendono un po’ tutti a stare nascosti.

Il traffico delle adozioni illegali
Proprio nell’abitazione di fianco a quella dove vivono Noriel e Brian, l’inviato del Tagesspiegel ha incontrato anche Paulina, una bimba di 4 anni diffidente e musona che prova a cacciarsi sotto sedie e tavoli per restare da sola. La madre ricorda vaghe generalità del padre di Paulina. Era un tedesco, un pensionato cui piacevano la musica e i calzoncini corti con cui girava tutto il giorno. Robert si chiamava, il cognome non se lo ricorda più e chissà se lo ha mai saputo.
Il destino di questa generazione perduta non sembra turbare molte coscienze: non quelle dell’industria del turismo sessuale, non quelle di chi sfrutta le donne costrette a una misera esistenza per sbarcare il lunario, figuriamoci quelle del resto della società. I figli dei bordelli sono un fastidioso effetto collaterale da tenere al margine dell’esistenza. Si cerca di evitarli anche all’origine, denuncia il Tagesspiegel, pure in un paese che ufficialmente vieta l’aborto. Così la pratica viene espletata da mammane compiacenti, che operano di nascosto in case private e in precarie condizioni igieniche.
Difficile immaginare un’inversione di tendenza, ha scritto Wolfgang Bauer, di crisi neppure l’ombra, quello sessuale sembra un turismo che non conosce flessione e Angeles City offre una sorta di certificato sanitario che vale più di uno spot pubblicitario: dati bassissimi sulla diffusione dell’Aids, anche se queste cifre sono poco affidabili. E infine, ci sono i disordini politici nella capitale che dirottano qui altri flussi di visitatori.
Tra questi non mancano i trafficanti di bambini. L’industria dell’adozione illegale sembra fiorente quasi quanto quella del sesso. Il Tagesspiegel ha raccolto informazioni e racconti su compra-vendite senza controlli e su assistenze mediche e ospedaliere assicurate da uomini senza scrupoli alle prostitute incinte, in cambio di una firma preventiva sul documento di affidamento. Può capitare così che il frutto umano del viaggio esotico di un occidentale nelle Filippine torni in Occidente sotto forma di figlio adottivo. Per quelli che restano ad Angeles City e dintorni, la vita non va affatto meglio.
Le cifre sulla depressione e sui suicidi sono preoccupanti, come testimoniano statistiche fornite da fondazioni americane e organizzazioni di soccorso. Ma gli aiuti riescono a fare poco e quella del turismo sessuale è una pagina della quale non si riesce a leggere l’ultima parola.