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La vera storia di Paolo Gentiloni, ecologista ed ex sessantottino, con tre vite politiche alle spalle

Buone scuole, buona famiglia, poi la lotta nelle piazze con la sinistra extraparlamentare. E da qui la svolta ambientalista, fino all’esperienza con Rutelli, del quale è stato il vero ideologo. Con Renzi dalla prima ora, ministro degli Esteri quasi per caso.

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GOVERNO GENTILONI –

L’eterogenesi dei fini, copyright di Gianbattista Vico, si applica su misura alla carriera politica di Paolo Gentiloni, dove quasi nulla è stato davvero cercato e molto è invece arrivato in modo non intenzionale, a partire dall’ultimo traguardo dell’incarico per arrivare a palazzo Chigi. Il momento decisivo di questo singolare percorso risale all’aprile 2013, appena tre anni fa, quando il Partito democratico, dopo la catastrofica parentesi di Gianni Alemanno, ha tutte le possibilità di riprendersi il Campidoglio. Il nome ideale è proprio quello di Gentiloni: conosce molto bene la città, è stato la testa più lucida e più efficace del lungo ciclo romano di Francesco Rutelli, ha esperienza politica e un tesoretto di buona reputazione, laddove Roma appare già travolta da scandali e corruzione endemica. Al momento dei conti, però, Gentiloni si piazza solo al terzo posto nelle primarie, con un mortificante 15 per cento, surclassato da Ignazio Marino e perfino da David Sassoli. Paga pegno per non avere truppe e consenso organizzato all’interno del Pd romano dove lo scontro sconfina nel cannibalismo che porterà, in poco tempo, prima all’implosione di Marino e poi alla consegna della Capitale alla grillina Virginia Raggi. E Gentiloni? Dopo lo smacco romano, per apparente paradosso, inizia la sua terza vita politica che risulta anche la più gratificante.

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CHI È PAOLO GENTILONI –

La prima vita di un personaggio che, con i suoi attuali 62 anni appena compiuti, sembra uscito dalla trama del film La meglio gioventù, di Marco Tullio Giordana, si consuma nel perimetro del ’68 romano e milanese. Paolo Gentiloni Silverj, di sangue blu marchigiano con palazzo di famiglia romano, con studi al liceo Tasso, uno dei migliori di Roma, influenze  formative dei gesuiti, catechismo con Agnese Moro, diventa un ragazzo ribelle, attratto dalle sirene del Movimento studentesco. Fugge di casa, va a Milano al seguito degli extraparlamentari guidati da Mario Capanna, torna a Roma per laurearsi in Scienze politiche e poi per navigare nell’arcipelago gruppettaro tra il Movimento lavoratori per il socialismo e il Pdup. Ma quando sembra destinato a chiudere con la politica, per irrilevanza, Gentiloni, a conferma della sua freschezza intellettuale, scopre il giornalismo e l’ambientalismo, fino a diventare, nel 1984,il direttore della Nuova Ecologia, il mensile della potente associazione Legambiente. È in questo giro che va a pescare Francesco Rutelli, per mettere in campo una squadra in grado di conquistare Roma, mentre soffia il vento del crack della Prima Repubblica. Un metodo da politica di testa e non solo di pancia, con orizzonte lungo e non schiacciata sul presente: tanto che se andiamo a guardare da vicino il gruppo più stretto di collaboratori di Matteo Renzi, a parte i toscani doc, scopriamo le leve di una classe dirigente cresciuta proprio sull’onda sollevata da Rutelli.

LA CARRIERA POLITICA DI PAOLO GENTILONI –

In dote al sindaco ex radicale ed ex verde (in politica tutti sono ex di qualcosa), Gentiloni porta le sue migliori qualità: equilibrio, ma non per sopravvivere nella palude quanto per uscirne, lealtà e competenza, uno sguardo innovativo agli equlibri del Paese.  Ed è per questo che Gentiloni diventa per Rutelli molto più di un portavoce e di un assessore al Giubileo e al Turismo. Il suo attivismo dietro le quinte sarà decisivo anche nella nascita del partito della Margherita, con Rutelli nel ruolo di leader indiscusso, ancorato al movimento sul territorio Centocittà, con gli amministratori locali a guidare il cambiamento, altra anticipazione del renzismo spinto dalla stessa energia vitale dei sindaci. Piccolo, ma non irrilevante particolare anche per capire l’attualità di questi giorni, nella Margherita l’ormai ex sindaco di Roma ha due perni sui quali ripone la sua fiducia e la sua forza: Dario Franceschini, che da buon allievo democristiano sa anche organizzare una forte corrente, e Gentiloni che, senza controllare neanche una tessera, riesce a essere molto influente. Qui, durante la seconda vita politica di Gentiloni, arrivano anche i ruoli di potere, dalla presidenza della Commissione di Vigilanza al posto di ministro delle Comunicazioni nel governo di Romano Prodi. E qui emergono i cromosomi genetici di un discendente di Vicenzo Ottorino Gentiloni, uomo di fiducia di Pio X, il papa che portò per la prima volta i cattolici al voto (1913) nell’Italia unita, benedicendo il famoso Patto Gentiloni. Grazie alla scuola politica e anche alle sue origini familiari, Paolo Gentiloni scopre, quasi con naturalezza, il mestiere del riformista con il senso della mediazione. E prova a fare l’impossibile: una moderna riforma del sistema televisivo che, senza nè favorire nè punire Silvio Berlusconi, porti due canali (uno della Rai e l’altro della Fininvest) sul satellite, aprendo così il mercato e consentendo, allo stesso tempo, un maggiore equlibrio nella distribuzione delle risorse pubblicitarie e la creazione di una Fondazione come filtro tra la missione del servizio pubblico e gli appetiti dei partiti. Tutto troppo chiaro e di buon senso, per diventare realtà nell’Italia dei veti incrociati.

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PAOLO GENTILONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO –

Dalla sua postazione nella Margherita, Gentiloni intanto spinge per la nascita del Partito democratico, con la confluenza di post democristiani e di post comunisti in un’unica casa, ed entra nel ristretto gruppo dei 45 membri del comitato promotore, per poi diventare un renziano della prima ora, una volta che si convince della necessità di uno scatto generazionale in una forza politica ormai specializzata nell’autodistruggere i suoi leader attraverso un’infinita lotta interna. Ma la contropartita da parte di Renzi, a Gentiloni arriverà quasi per caso, per pura eterogenesi dei fini. Renzi infatti decide, sulla spinta di un rinnovamento per lui vitale, di spostare Federica Mogherini dalla Farnesina a Bruxelles e con questo mette ko Massimo D’Alema che considerava quel posto già nelle sue mani. Poi, al momento di decidere il nuovo ministro degli Esteri, prima elimina il candidato più accreditato, il vice della Mogherini, Lapo Pistelli (del quale un giovanissimo Renzi era stato portaborse) e poi presenta a un incredulo Giorgio Napolitano nomi improbabili per un incarico tanto importante, con la singolare caratteristica comune di essere tutte donne. A quel punto Napolitano fa ragionare Renzi e insieme condividono la scelta di Gentiloni, che da anni aveva iniziato la sua terza vita politica, dopo lo smacco per la corsa al Campidoglio, nel “frigorifero” della Commissione Esteri. Una volta scongelato, Gentiloni fa il suo mestiere senza mostrare mai, neanche per un attimo, i segni di una legittima irritazione, in quanto la politica estera del governo di fatto è tutta nelle mani di Renzi e del suo potente consigliere diplomatico, l’ambasciatore Armando Varricchio. Però Gentiloni sa bene che la politica è fatta anche di attese, e non sempre e solo di strappi, e si accontenta di gestire i dossier che gli vengono affidati, a partire dal successo della liberazione dei marò prigionieri in Egitto. Il mediatore viene fuori alla grande, e assume sempre più le sembianze dell’uomo giusto al posto giusto quando si tratta, con la regia questa volta di Sergio Mattarella, di dare all’Italia un governo affidabile che porterà il Paese alle elezioni. Al momento opportuno e senza trame di Palazzo che l’Italia certo non potrebbe permettersi.

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