Fallimento app Immuni, uno spreco di tempo e soldi - Non sprecare
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Il fallimento di Immuni è costato molto caro. L’equivalente in Germania funziona benissimo

Una politica soffocata dal presente non riesce a gestire scelte difficili, che hanno bisogno di tempo per essere condivise dai cittadini. Le responsabilità del governo, delle regioni. E dei medici di base

Peccato. Abbiamo sprecato un’occasione unica per provare a tenere sotto controllo, grazie alla tecnologia, la diffusione del coronavirus ed evitare contagi grazie a una capillare opera di controllo delle infezioni. Doveva essere la scoperta dell’uovo di Colombo. La magica chiave per tracciare i contatti dei contagiati di Covid 19 e rallentarne così la diffusione. E invece l’app Immuni si è trasformata in un gigantesco fallimento, con sprechi di tempo e di denaro. Ma innanzitutto di credibilità.

FALLIMENTO APP IMMUNI

Abbiamo iniziato a sentirne parlare, a diversi livelli, già nel marzo del 2020. I soliti parolai da talk show ci hanno raccontato come funzionava benissimo in altri paesi del mondo, tipo Singapore, come se ci fosse una relazione tra noi e loro, tra il loro avanzatissimo livello di diffusione della tecnologia e i nostri black out nel sistema delle comunicazioni. E da quel momento è partita una macchina priva però del motore essenziale: la spinta della politica, con la sua autorevolezza e con la sua responsabilità.

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FALLIMENTO SISTEMA DI TRACCIAMENTO

Al momento Immuni è stata scaricata da poco più di 9 milioni di italiani, un target molto lontano dall’obiettivo necessario affinché l’app sia utile e possa funzionare, e cioè la capacità di raggiungere il 60 per cento della popolazione. I contagiati segnalati sono stati poco più di 500. Nulla.

Sgombriamo il campo da responsabilità tecniche. Immuni è stata messa a disposizione dei cittadini, sotto la spinta del commissario straordinario Domenico Arcuri, nei tempi richiesti. Ma poi è andata a sbattere contro il muro dell’indifferenza se non dell’ostilità. Per quali motivi?

Una risposta è che siamo un Paese di anziani, e facciamo fatica con la tecnologia, specie nelle fasce di età più avanzata della popolazione. Peccato però che Immuni sia stata respinta al mittente proprio dai giovani, che non hanno creduto all’utilità di questa tecnologia dal primo momento. Poi c’è il tema della privacy. Esiste di sicuro, anche in Italia, una parte della popolazione molto sensibile a questo argomento, ma è una netta minoranza e i  numeri non tornano. L’obiettivo del 60 per cento degli italiani, che il governo aveva considerato a portata di mano, significa che 36 milioni di persone scarichino Immuni. Siamo a 9 milioni: la distanza è troppo ampia per spiegarla con l’ostracismo alla tecnologia che viola la privacy. Senza contare che sono molto più forti e prevalenti le opinioni di quelli che si considerano disponibili a cedere qualcosa della loro privacy in cambio di una maggiore sicurezza.

APP IMMUNI INEFFICACE

E allora che cosa resta per spiegare un flop così clamoroso? Una sola cosa: l’assoluta incapacità della politica di prendere decisioni che abbiamo un respiro leggermente più lungo dell’attimo del presente, dell’annuncio che si esaurisce nel corso di una conferenza stampa. Immuni non era un progetto facile da portare avanti, bisognava partire in tempo e costruire un consenso di medio-lungo periodo, non provare a inventarselo con una battuta, non tirarlo fuori dal cilindro come la seduzione dell’emergenza. Bisognava fare una campagna a tappeto, perfino porta-a-porta, capillare, coinvolgendo scuole, istituzioni, territorio e sistema sanitario. Invece nulla, solo qualche frase di circostanza per ricordare l’importanza della soluzione tecnologica per tracciare i contagi. La politica presentista, tutta avvitata sull’attimo, non può prevedere in agenda una scommessa come la diffusione, a un livello accettabile, di Immuni. Un’app con una storia solida e con funzioni molto ben articolate, come potete leggere qui.

Questa storia ricorda, in misura minore, le difficili scelte degli impianti di smaltimento dei rifiuti. Dove si sono riusciti a fare, la politica ha sempre lavorato, con un respiro lungo, per spiegare la necessità e l’utilità del progetto e per allontanare tutte le ombre dei rischi. E poi ha colto i frutti. Qui invece si vogliono cogliere i frutti, cioè il consenso, soltanto mostrando la «panza», ovvero occupando televisioni a reti unificate e organi di stampa per raccontare «quanto siamo stati bravi» e per annunciare nuove restrizioni. Senza rischiare nulla, e senza accorgersi che, a lungo andare, in questo modo il rapporto tra la classe politica, e in particolare il governo, e l’opinione pubblica, si andrà logorando in modo definitivo.

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PERCHÈ IMMUNI NON FUNZIONA

La conferma di quanto vi stiamo raccontando la trovate in due fatti specifici, molto significativi. Quando il capo del governo, Giuseppe Conte, è apparso in tv la sera del 18 ottobre, a reti unificate, per spiegare i nuovi provvedimenti del governo ai cittadini e per chiedere la loro collaborazione, ha citato chiunque e qualsiasi cosa, ma non ha speso neanche una sillaba su Immuni. Una svista? Il segnale di una rassegnazione? Il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha fatto ancora di peggio, e dal primo momento. Da quando è stata introdotta la nuova app anti-coronavirus non ha mai voluto collegare la notifica del contatto con un positivo al diritto di fare rapidamente un tampone. Questo significa che se scarico Immuni, e mi viene notificato il contatto con una persona positiva, entro nel tunnel della burocrazia del sistema sanitario. In pratica: finisco in quarantena e in una fila interminabile, di giorni e  giorni, in attesa di un tampone. Meglio, quindi, non correre rischi e rinunciare a monte all’uso della app e alla possibilità di essere rintracciato. Cose che qualcuno avrà anche spiegato al ministro Speranza, il quale si è assunto la responsabilità di dare un colpo mortale a Immuni già nella culla.

A finire il lavoro poi ci hanno pensato i governatori. Con una serie di motivazioni non sempre limpide, e innanzitutto con la paura di doversi caricare di nuovo lavoro e di nuove responsabilità, lor signori sul territorio hanno pensato bene di fare la cosa più semplice del mondo: ignorare del tutto l’app Immuni. Come se non ci fosse. Regioni come il Veneto, la Liguria, la Lombardia, la Campania, non hanno neanche inserito i codici nel sistema per rendere operativa l’app. E intanto abbiamo il seguente paradosso: l’Unione europea ha reso questo strumento interoperabile, ovvero si può usare da qualsiasi paese del Vecchio Continente. Così a Parigi lo puoi scaricare, a Genova è inutile.

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CORONA-WARN-APP IN GERMANIA

Altri motivi specifici che spiegano il clamoroso fallimento di Immuni arrivano dal confronto con l’equivalente tedesco, si chiama Corona-Warn-App, messa in campo in poche settimane e scaricata da 20 milioni di tedeschi, con un’efficienza sistemica davvero impressionante.
In Germania il 70 per cento dei laboratori dove si eseguono i tamponi è collegato con l’applicazione; in Italia di fatto siamo a zero. In Germania la Corona-Warn-App è stata perfettamente integrata con i diversi sistemi sanitari regionali; in Italia non è visto nulla del genere. E la gestione di Immuni è stata affidata ai dipartimenti di prevenzione che, travolti da una serie quotidiana di emergenze di qualsiasi tipo, non sono stati in grado (e in fondo non hanno neanche voluto farlo) di gestire la preziosa applicazione.

APP IMMUNI CORONAVIRUS

La freddezza, se non proprio l’ostilità delle regioni, andava smontata a monte con un atto politico (ci chiediamo spesso a che cosa serva il ministero delle Regioni…), anche attraverso uno scontro, non ideologico ma sui fatti. E andava spezzato il cordone ombelicale, la sovrapposizione di interessi, che tiene unite le regioni, responsabili della politica sanitaria, e i medici di base, la prima linea sul territorio del sistema nazionale. I medici di base, infatti, sono stati sempre contrari a Immuni. E almeno hanno avuto la limpidezza di dirlo a chiare lettere dal primo giorno.

Infine, sarebbe interessante fare un giro di perlustrazione dalle parti di Montecitorio e di Palazzo Madama per scoprire quanti deputati e quanti senatori abbiano scaricato l’app Immuni. Pochissimi. Motivo per cui, per esempio,  a Montecitorio un banale contagio ha creato un vero focolaio che poi ha costretto a lasciare tutti a casa. Senza informare le persone entrate in contatto attraverso l’app Immuni.

IL NOSTRO SPECIALE SUL CORONAVIRUS:

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