Il gruppo Diesel ha introdotto all’interno del suo pacchetto di welfare aziendale un bonus speciale per offrire alle sue dipendenti (in genere quelle tra i 30 e i 40 anni) l’accesso gratuito alla crioconservazione degli ovociti (tecnica nota anche come social freezing). Chi sceglie di congelare i propri ovuli in una clinica specializzata, per rinviare il momento della maternità e sceglierlo nel contesto considerato più opportuno, si ritrova con tutti i costi coperti, e si tratta di soluzioni costose (in Italia senza patologie gravi, come tumori o terapie che compromettono la fecondità, la sanità pubblica non le copre e nei privati possono arrivare a 3-7 mila per ciclo).
L’azienda presenta il progetto, finanziato dalla Fondazione Only The Brave, fondata da Renzo Rosso, l’azionista di controllo di Diesel, come un modo per sostenere la genitorialità e aiutare le donne ad avere una maternità consapevole e nei tempi graditi. Questo secondo una filosofia nata già da alcuni anni nella Silicon Valley, il cui slogan è “Congela i tuoi ovuli, e libera la tua carriera”. ll social freezing è una procedura di crioconservazione degli ovociti femminili: la donna assume ormoni per stimolare le ovaie a produrre più ovuli, questi vengono prelevati e poi conservati a bassa temperatura (−196 °C) per essere utilizzati in futuro con tecniche di fecondazione assistita quando e se la donna deciderà di diventare madre.
In realtà l’accesso gratuito al social freezing ha molti punti deboli e sembra costruito più nell’interesse dell’azienda che non dalla parte della donna. Innanzitutto questo benefit sembra pensato su misura per le donne che vogliono fare carriera e rischiano di essere bloccate dalla maternità che le mette fuori gioco per almeno un anno. Ma l’interesse di una neomamma deve sempre prevedere il contrasto tra lavoro e genitorialità? O forse ciò che serve davvero sono gli asili nido per i figli più che il congelamento degli ovuli? Inoltre, posticipare la nascita di un figlio non è certo un incentivo a farlo, ma semmai a rinviarlo, e magari sine die, con il rischio di arrivare alla maternità troppo tardi, quando tutto diventa più faticoso. Terza obiezione: ancora una volta una scelta condivisa, la maternità, che presuppone una partecipazione di più persone, una famiglia, viene ridotta a una decisione del tutto individuale.
La sensazione che si ricava da queste fondatissime obiezioni è che il congelamento degli ovuli pagati dalla Diesel convenga soltanto all’azienda: con la scusa di proteggere le loro decisioni, le donne vengono incentivate a rinviarle e a programmarle, eliminando così tutto il fascino delle scelte di vita che nascono dall’amore, dalla passione, dalla relazione coniugale, e non soltanto dal desiderio (di diventare madre) che si misura con altri desideri (di fare carriera). A guadagnarci, quindi, è solo l’azienda che avrà le sue lavoratrici a disposizione per più tempo e saprà con esatta precisione quando diventeranno madri, in modo da poter organizzare meglio il lavoro in fabbrica e in azienda. E una conferma di questo sospetto arriva dalla statistica americana: dove il social freezing è stato varato già da alcuni anni, nel perimetro delle aziende della Silicon Valley, neanche l’1 per cento degli ovuli congelati poi si è concluso con una maternità. In tutti gli altri casi le donne hanno rinunciato al ruolo di madri, e si sono concentrate sulla loro funzione di lavoratrici, a scapito della famiglia ed a vantaggio dell’azienda. Il lavoro, in ogni caso, viene prima della vita, ammesso che arrivi.
Più che il bonus per congelare gli ovociti, se un’azienda ha davvero voglia e interesse di sostenere la maternità (e non soltanto di proteggere la sua organizzazione del lavoro) servono: congedi parentali più lunghi, part time, orari flessibili, asili nido, sostegno economico alla maternità.
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