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Capolavori vietati ai turisti

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Uno dice: i Sassi di Matera. E già basta a evocare, in tutta la sua magia, un vanto della Basilicata e della nostra nazione. Patrimonio dell’Unesco dal 1993, testimonianza storica di valore assoluto, dovrebbe essere un «gioiello da custodire con venerazione», come invoca Pio Acito di Legambiente Lucania. E invece no: «Quasi fosse normale, questa meraviglia viene in continuazione aggredita dai responsabili pubblici con interventi invasivi». Basti pensare, sostiene Acito, che «si rimedia ai crolli dei Sassi con rinforzi in cemento armato, coperti da mattoni di tufo che nascondono lo scempio». E non basta il problema della scalinata crollata, anni fa, in via San Potito, «ora in fase di recupero con assurdi pilastri di ferro e cemento già utilizzati per altre parti malridotte». Il peggio, secondo i materani che abitano nei Sassi ristrutturati (circa 2 mila famiglie), è la strada carrabile interna, «utilizzata come una qualunque circonvallazione con migliaia di auto». Un sigillo di modernità invasiva a cui i cittadini abbinano, loro malgrado, l’enorme buca scavata nel 2006 accanto al convento di Sant’Agostino: «Doveva diventare, per volontà della Soprintendenza regionale ai beni paesaggistici, un parcheggio riservato ai propri dipendenti», ricorda Acito: «Di fatto, ha sventrato un orto-giardino trasformandolo in discarica di materiali inerti». Della serie: «Il miglior biglietto da visita, per chi entra nella nostra città…».

L’hanno ribattezzato turismo harakiri, gli esasperati addetti ai beni culturali e alla tutela del territorio. È la specialità nostrana di scoraggiare i visitatori, internazionali e non, con inefficienze ed errori da matita blu. «Una combinazione fatale di sciatteria, furbizia autolesionista e incapacità di promozione», la chiama Bernardino Romano, professore di Pianificazione e valutazione ambientale all’Università dell’Aquila: «A parte forse il Colosseo, la Torre di Pisa e qualche altro splendore naturale, il territorio soffre la disattenzione cronica alle sue bellezze». Un handicap che lega Nord e Sud, e che è in perfetta sintonia con il sondaggio commissionato all’Istituto Ipsos dal Fondo per l’ambiente italiano (Fai): «Abbiamo chiesto a un campione di italiani cosa più rappresentasse l’identità nazionale», dice un ricercatore, «e al primo posto si è piazzato il tris di “arte, cultura e musica” (44 per cento), seguito da “monumenti e architettura” (40)». Peccato, va però aggiunto, che nel medesimo sondaggio gli italiani abbiano indicato anche le associazioni no profit da loro finanziate l’anno scorso. E che quelle “culturali”, o in ogni caso dedicate alla «valorizzazione del patrimonio architettonico e artistico», non siano andate oltre il decimo posto.

«Un controsenso, amare i nostri gioielli e non volerli sostenere, che è figlio dell’abbondanza», afferma Marco Magnifico, vicepresidente del Fai. Se l’Italia non valorizza, anzi mortifica il binomio arte e natura, «è insomma colpa dell’assuefazione all’eccellenza, sfociata oggi in puro masochismo». Altrimenti non si spiegherebbero, continua Magnifico, le condizioni della reggia di Carditello, a un passo da Caserta. «La struttura borbonica, posseduta dal Consorzio di bonifica del basso Volturno e adesso all’asta, sarebbe la perfetta meta estiva per gli appassionati di storia e architettura». Invece offre ai turisti un triste spettacolo: «Abbiamo il territorio marchiato da collinette di pattume seppellito», indica chi vive nella zona. E peggio ancora si mostra l’interno della reggia, dietro a un cancello chiuso per proteggere dai cedimenti del tetto. «Tempo fa, i custodi hanno scoperto che rubavano le tegole settecentesche. Dopodiché qualcuno ha sottratto le panche. Infine, i soliti furbi si sono portati via molti gradini dello scalone». Cos’altro aggiungere? «Che per i visitatori stranieri è una vergogna inqualificabile», dice Magnifico, «mentre per noi italiani è una delle tante, tantissime occasioni sfumate…».

Si potrebbe pensare: ecco le solite sventure in terra di Gomorra. Ecco il solito degrado di un Meridione sempre più abbandonato a se stesso. «E in parte è così», lamentano gli ambientalisti campani. Resta il fatto che, anche cambiando regione e costumi, il vizietto dell’autogol turistico si ripresenta puntuale. «Venite in Liguria, ad Albenga, a scoprire come si punisce una cittadina di mare…», invita l’attivista del Wwf ligure Fernanda Pescetto. E in effetti non ha tutti i torti a parlare in quest’angolo di Ponente di «soluzioni miopi». A indignarla, in particolare, è il trattamento riservato al fiume Centa: «Malgrado la sua foce sia un Sito di interesse comunitario, è stata massacrata da un sottopasso ferroviario con tanto di fettuccia stradale». Costo dell’operazione: 2 milioni 800 mila euro, divisi tra il comune di Albenga (2,5 milioni) e la Regione. E non è l’unico dettaglio a generare polemiche: «Il corso del Centa è stato escluso dal centro rinchiudendolo in grandi muraglioni», aggiunge Pescetto. Risultato: «Per vedere il fiume e le colline, i turisti più volenterosi provano ad arrampicarsi sugli argini di cemento, ma sono talmente alti che devono arrendersi».

Incapacità? Disattenzione per il territorio? O inevitabili costi della modernità? Le spiegazioni per gli harakiri turistici, in Italia, sono le più svariate. Resta il fatto che la reazione degli italiani, di fronte a queste situazioni, è sempre identica: «Un faticoso dispiacere», lo definisce Silvio Cinquini dell’associazione di volontariato Fti (Ferrovie turistiche italiane). «Quest’estate, per dire, i turisti potrebbero sperimentare certe splendide linee secondarie, attraverso paesaggi e sapori dimenticati». Ma per ragioni che oscillano tra carenza di fondi, scarsità di personale o anche solo aggiustamenti delle linee, queste tratte vengono sospese. «Mi riferisco, ad esempio, alla ferrovia in Abruzzo tra Sulmona a Carpinone, che oltre al primato della stazione italiana Fs più alta dopo il Brennero (è quella di Rivisondoli-Pescocostanzo, 1.268 metri), vanta una superlativa balconata sopra al Parco della Maiella». Situazione che potrebbe essere sfruttata al meglio, quest’estate, non fosse appunto che in luglio e agosto è negata da lavori in corso. «Stesso destino», aggiunge Cinquini, «riservato d’altronde alla linea da Palazzolo a Paratico-Sarnico, che dal lago d’Iseo costeggia dolcemente il fiume Oglio». Anche se in questo caso, i motivi dello stop sono ancora più sconsolanti: «È l’unica tratta italiana gestita da volontari e a imporre la pausa estiva ci ha pensato la crisi economica…».

«Il problema», a sentire il vicepresidente del Fai Magnifico, «è che al di là dei singoli episodi, i cittadini si aspettano ancora che intervenga lo Stato. Non capendo, invece, che in questo settore i vertici pubblici si sforzano poco: anzi, pochissimo». Per la nostra politica, dice insomma Magnifico, «la ricchezza culturale e ambientale è un orpello: niente che meriti eccessive attenzioni» o una «sorveglianza severa e costante» da parte delle sovrintendenze. Dopodiché è naturale che questo clima pesante, per non dire asfittico, si riverberi nell’estate 2011 su tante perle della Penisola. «Com’è accettabile», chiedono ad esempio gli abitanti di Aosta, «che l’Area funeraria fuori Porta Decumana, necropoli romana nel cuore della città, sia visitabile soltanto il primo mercoledì del mese, per giunta appena dalle 14 alle 18? «Perché una città viva come Milano», domanda Alessandra Perego del Wwf lombardo, «lascia che l’orto botanico di Brera, segnalato da tutte le guide, resti chiusa in agosto per assenza di personale?». E ancora: com’è potuto accadere che la Cittadella di Alessandria, superba fortificazione a pianta ellittica del Diciottesimo secolo, oggi in condizioni critiche, sia visitabile giusto in occasioni speciali, e per cortese disponibilità dei volontari Fai?

«La verità», dicono gli addetti ai lavori, «è che in troppe regioni siamo all’allarme rosso». E la situazione, aggiungono, «peggiora a velocità spaziale». Di recente, non a caso, il segretario generale del ministero dei Beni culturali, Roberto Cecchi, ha parlato in via informale del deserto di uomini e mezzi con cui si confronta l’Italia: partendo dal personale nei musei («Il Louvre ha oltre 2 mila dipendenti, gli Uffizi non arrivano a 200…»), passando per la mancanza di professionisti («Servono archeologi, architetti, storici, bibliotecari…») e arrivando alla miseria di attrezzature («Dalle auto al carburante, dai cellulari ai computer…»). Una rincorsa all’efficienza che, a livello nazionale, alimenta fiumi di frustrazione, provocando sul fronte locale danni a tutto campo. «In sei giorni abbiamo ricevuto più di cento segnalazioni», dice dalla Puglia Pasquale Salvemini, responsabile Wwf del numero verde 800 085 898 per gli scempi territoriali. «Tra le occasioni perse dal turismo 2011», racconta Luigi Oliva del Comitato per Taranto, «c’è nella città vecchia Palazzo Carducci, gioiello del Diciassettesimo secolo depredato pezzo dopo pezzo». Non più allegro, nel foggiano, è il capitolo della riserva naturale Isola Varano, dove Salvemini denuncia accanto al mare «cataste di rifiuti a rischio come bombole di gas, plastica di ogni genere e ferraglia arrugginita». Senza affrontare, per carità di patria, i botta e risposta sul mosaico romano di Maruggio, in provincia di Taranto. Un reperto presentato dagli ambientalisti come «magnifica opera d’arte a 20 metri dal mare», ma «ricoperto in buona parte da terriccio e ciuffi d’erba», nonché «privato dei suoi pezzi migliori».

Certo, riflette un sovrintendente, non è casuale che in libreria trionfino saggi come “Vandali, l’assalto alle bellezze d’Italia” (di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), o “La colata, il partito del cemento” (del pool Garibaldi-Massari-Preve-Salvaggiulo-Sansa). «La sensazione», interviene Nuccio Barillà di Legambiente Calabria, «è che gli italiani stiano realizzando quanto sia devastante, in termini culturali ed economici, questa sindrome autodistruttiva». Tanto più che, in parallelo, «il potere insiste a concentrarsi su tutt’altro, non afferrando quest’opportunità di riscossa nazionale».

Per la cronaca, tra gli esempi di harakiri calabresi, Barillà segnala la collina di Pentimele, «uno dei luoghi più suggestivi del nostro Sud: invidiabile affaccio sopra Reggio Calabria, con tanto di fortezze ottocentesche e panorama fino all’Etna, abbandonato senza pudore tra sterpaglie e buche». Una vergogna che i reggini fanno benissimo a non tollerare, ma che nell’Italia 2011, patria di sfacciati abusi e trascuratezze, non riesce ad aggiudicarsi la palma della miglior sciatteria. «L’esempio più incredibile di com’è gestito il nostro patrimonio», dice Giovanni La Magna di Wwf Campania, si trova piuttosto nel napoletano: «A Bacoli, dove il pubblico può visitare la celebre Piscina Mirabile, cioè la più grande cisterna romana esistente». Un tesoro, è logico, che richiederebbe infinite cure. Ma quando telefoni al numero indicato dal Circuito informativo campano per i Beni culturali, non trovi un ufficio turistico che illustri gli orari. E neppure custodi poliglotti adeguati al compito. A rispondere, in dialetto, è la gentile signora Giovanna. Che circondata dal rumore dei muratori, per il quale si scusa, spiega: «Non ci sta problema! Venite qui a casa mia, al numero nove di via Piscina Mirabile, che ho io le chiavi della cisterna». Altrimenti, aggiunge, «c’è pure Filomena…».

Si accettano scommesse sulla reazione di un turista giapponese. O anche, più banalmente, di un visitatore bergamasco.

 

L’Isola Bella? Una brutta storia

 

Il 17 febbraio 1987, una legge regionale della Sicilia prevedeva la realizzazione di un museo naturalistico sull’Isola Bella, paradiso d’arte, archeologìa e natura all’interno della riserva costiera di Taormina. Da allora sono passati quasi 15 anni, ma il progetto non è decollato come avrebbe dovuto: «Anzi», testimonia Anna Maria Scifo, direttore della riserva dal 1999 al 2006, «si è compiuto, se possibile, qualche passo indietro».

Il paradosso, dice, è che «già nel 1990 questo inesistente museo aveva a Taormina, presso villa Caronia, uffici, attrezzature e tanto di carta intestata. Nonché un regolare direttore, Giovanna Maria Bacci». Ma non è finita: «Dopo l’impegno del Wwf, che ha gestito la riserva per sette anni, e che ha permesso a migliaia di visitatori di ammirare quello splendido patrimonio, dal 2006 al 2010, l’isola è sprofondata nel degrado». 

Uno stallo che, fortunatamente, la Regione Sicilia sta lasciandosi ora alle spalle con la fine dei lavori di riqualificazione (svolti pure nel biennio 2000-2001) e con la riapertura alle visite. «Interventi», sottolinea Scifo, «che non risolvono però il problema base: la mancata creazione del museo».