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Vi racconto la morte di Sulmona e delle sue industrie, paradigma degli sprechi del sistema Italia. E una lezione per capire che cosa succede senza la crescita

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Di Antonio Galdo  

 

Fabbriche chiuse con i lucchetti, oppure ridotte a discariche, in un intero distretto industriale, nella Valle Peligna, diventato un cimitero di stabilimenti. Mille posti di lavoro persi. Multinazionali in fuga, dalla Coca Cola alla Campari, oppure, è il caso della Fiat, a caccia di sostanziosi contributi pubblici come contropartita per non chiudere gli impianti nella zona. E sullo sfondo il miraggio di un fantomatico casinò, tirato in ballo come l’ancora di salvezza di un’intera comunità, i 25mila abitanti di Sulmona, oggi in ginocchio. Per pregare, o per sognare una via di fuga dall’abisso dell’abbandono.

Sulmona “città d’arte”, come declama il cartello di benvenuto all’ingresso del centro storico, e di illusioni industriali perdute, come certifica il bollettino mensile delle fabbriche che smobilitano, è un perfetto paradigma per capire che cosa succede in Italia quando si spegne la luce della crescita, e non solo quella economica. Ed è un simbolo, con le sue storie di fallimenti e di occasioni sprecate, di veti incrociati e di impotenza, di quei mali che affliggono, da molti anni, il sistema Paese. L’epicentro del regresso è l’area industriale della Valle Peligna (488mila metri quadrati di territorio), ex zona agricola, diventata a partire dagli inizi degli anni Settanta un polmone manifatturiero nel cuore dell’Abruzzo, terra di contadini e di pastori, sobri, solidi e lavoratori. Quasi 150 aziende hanno piazzato qui stabilimenti e capannoni, sotto la spinta di una pioggia di generosi incentivi, dai contributi a fondo perduto ai finanziamenti a tasso super agevolato, fino a premi speciali in cambio di assunzioni. «Adesso vogliono scappare tutti, perché i soldi pubblici sono finiti, le convenienze sono diminuite e la legge del mercato, specie nell’era della Grande Crisi, spiazza chi non ha innovato…» racconta sconsolato Damiano Verrocchi, segretario della Cgil nel comprensorio della Valle Peligna.

Frantumato il sogno industriale, si è aperto a Sulmona il funereo valzer delle alternative usa-e-getta. Negli uffici di comune, provincia, regione, ognuno con le sue idee in ordine sparso, si accumulano proposte di delibere e di leggine per individuare una strada attraverso la quale uscire dal tunnel della deindustrializzione. Le amministrazioni comunali e provinciali, per esempio, intendono puntare sulla grande distribuzione per trasformare le fabbriche della Valle Peligna in centri commerciali, ma una legge regionale impedisce questo tipo di riconversione dell’area. Poi, a giorni alterni, si parla di una “nuova piattaforma per i rifiuti industriali” e di un “depuratore al servizio dell’area” e, come un fantasma che appare e scompare, non si esclude un termovalorizzatore. Tutto sulla carta, solo carta, e una mancia di 17 milioni di euro stanziati nell’ambito dei fondi europei destinati all’Abruzzo.

E gli imprenditori locali? Scomparsi anche loro, come le fabbriche. Mettono in piedi tavoli di esperti e di consulenti, scrivono “piani di intervento”pagati con la cassa della Confindustria che non è vuota come quella dello Stato, ma quando si tratta di tirare fuori un euro risultano assenti all’appello. E dimostrano ancora minore concretezza e spirito d’impresa quando provano a razionalizzare, nel nome di quel mercato che tanto sanno citare, la loro struttura produttiva. Sulmona è la patria del confetto, lo sanno anche i bambini, ma le cinque aziende rimaste sul territorio (erano quattordici) sanno soltanto fare un buon prodotto e litigare. Le ditte Pelino e Di Carlo, eredi di piccole dinastie di artigiani locali che risalgono all’Ottocento, sono finite in tribunale per stabilire a chi tocca la scritta “il confetto più antico di Sulmona”. Non ha vinto nessuno, ovviamente, e la primogenitura del confetto doc resta un enigma per gli stessi avvocati in guerra e innanzitutto per i consumatori. Intanto, però, aziende così minuscole e incapaci di logiche aggregazioni diventano molto esposte, quasi a rischio, alla concorrenza dei produttori napoletani che sfornano confetti come i cinesi, low cost. Quelli di Sulmona si pagano dai 18 ai 40 euro al chilo, quelli di Napoli dai 10 ai 25 euro: e la differenza di qualità non garantisce la tenuta sul mercato. «L’unica cosa certa è che unendo le forze potremmo moltiplicare di dieci volte il nostro giro d’affari, mentre in queste condizioni diventeremo sempre più marginali» spiega  William Di Carlo, il capo azienda del suo minuscolo impero del confetto. 

Ci sarebbero, poi, alcune alternative, o integrazioni, all’economia industriale e si chiamano Turismo &  Cultura. Sulmona è a pochi chilometri di distanza da luoghi di grande movimento turistico, specie d’inverno, come Roccaraso, Pescocostanzo, Scanno. Bisognava fare in tempi non sospetti, diciamo da una ventina d’anni, un unico distretto del turismo, scambiandosi visitatori e clienti e attirandoli con una sola rete di proposte. Trattative, dibattiti, veti incrociati: con il risultato finale che l’unica rete ancora in piedi è quella di tante comunità montane, e di uffici del turismo, spuntate tra le montagne come i funghi. Con la casse vuote e con i finanziamenti pubblici che ormai bastano solo a pagare gli stipendi, il network del nulla resiste sul territorio come una tribù di cultori delle tradizioni locali e di impiegati del turismo.  «Peccato, perché abbiamo un patrimonio di risorse culturali e ambientali unico al mondo, e non siamo in grado di sfruttarlo» confessa Antonio Carrara, il presidente della comunità montana Peligna che ancora crede nel lavoro per il quale è pagato. Allo stesso tempo i poveri turisti, e gli stranieri non mancano, che arrivano a Sulmona città d’arte si ritrovano con l’eremo di Sant’Onofrio, luogo prediletto da Celestino V ( il papa del gran rifiuto), chiuso per il rischio frane; l’antico teatro comunale in ristrutturazione; la biblioteca storica inagibile dal giorno del terremoto dell’aprile 2009; la meravigliosa abbazia morronese sbarrata al pubblico dopo dieci anni di un cantiere per il restauro che non ha mai visto la fine dei lavori. E se un turista, qui arrivano perfino canadesi e australiani, volesse sorseggiare un calice del Montepulciano d’Abruzzo, il vino caro a Ovidio (un’altra icona della storia locale), deve sapere che le straordinarie cantine di questo autentico nettare degli dei sono sì abruzzesi, ma non di Sulmona, dove il Montepulciano è nato.

Infine, per affrontare la deindustrializzazione ci sono i miraggi. Ancora soldi pubblici, grazie alla speranza, probabilmente legittima, di fare rientrare Sulmona nell’area del “cratere sismisco”, quello che ha devastato L’Aquila, dal quale la città è stata esclusa dal giorno alla notte. Tanto che il sindaco di Sulmona, Fabio Federico, ha vinto un ricorso al Tar, ed è in attesa di sapere se qualche euro per la ricostruzione arriverà anche dalle sue parti. «Idee e progetti ne abbiamo tanti» dice il sindaco «Ma una cosa deve essere chiara: o lo Stato ci passa dei soldi, che secondo noi ci spettano, oppure Sulmona muore». Un messaggio piuttosto bizzarro, che però ha il dono della franchezza. Tanto più se il sindaco, nel lungo elenco di opere pubbliche che intenderebbe realizzare nel suo territorio, include anche un nuovo ospedale a Sulmona, ovvero in Abruzzo, in quella regione dove un’ amministrazione regionale e l’intero centrosinistra sono stati fatti a pezzi da un’inchiesta giudiziaria per gli scandali nella Sanità. «Io invece penso che i soldi pubblici saranno sempre meno, e noi dobbiamo farcela con le nostre forze» taglia corto Antonella Di Nino, vice presidente dell’amministrazione provinciale. E, mentre parla, accoglie con un sorriso la domanda del giornalista sul progetto di un casinò a Sulmona. L’idea piaceva tanto all’ex ministro Michela Vittoria Brambilla, e ci sarebbero stati anche i dollari dello zio Tom, alias Fausto Presutti, l’emigrante locale che ha fatto fortuna a Las Vegas, ma la proposta è impraticabile. Il motivo è semplice: è vietato dalla legge dello Stato italiano, e il disegno (di legge) della Brambilla per aprire qualche decina di casinò in Italia, compreso quello di Sulmona, marcisce, dimenticato e ignorato, in qualche commissione parlamentare. Ma parlarne, nell’Italia degli annunci facili, comunque fa bene: e pazienza se nel frattempo una città, con i suoi abitanti, si spegne nella notte della solitudine e di una crisi economica senza sbocchi.

                                                                                 (ha collaborato Giuliana Susi)