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Vaccino antistress, ma fa davvero bene?

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I muscoli si tendono, il cervello si concentra sui pericoli (reali o supposti) e tutto cio’ che non e’ indispensabile viene rimandato a data da stabilirsi. E’ cosi’, a grandi linee, che il corpo e la mente si comportano di fronte a una situazione di stress. Negli ultimi decenni questo termine, preso in prestito dal verbo inglese “to stress” (dal latino “strictus”, stringere), e’ diventato una delle parole chiave per descrivere la societa’ moderna e le sue ossessioni. Ora uno scienziato americano afferma di essere sulla buona strada verso lo sviluppo di un vaccino a terapia genica in grado di contrastare lo stress alla radice, nel momento in cui il cervello inizia a rilasciare gli ormoni che regolano il nostro modo di reagire alle avversita’.

La doppia faccia dello stress. Per Robert Sapolsky, professore di neuroscienze alla Stanford University (California), si tratta di un chiodo fisso da oltre trent’anni: la sua missione, racconta nelle pagine della rivista Wired, consiste nel trovare il modo di limitare gli effetti negativi dello stress, finanche a costo di “manipolare” uno dei meccanismi neurologici piu’ rodati dell’evoluzione. A ben guardare, infatti , lo stress e’ al contempo amico e nemico degli esseri viventi: come aveva intuito negli anni Settanta l’endocrinologo austriaco Hans Selye, c’e’ il “distress” (vale a dire il lato oscuro dello stress), ma anche l’ “eustress” (ossia la componente positiva associata a un miglioramento delle prestazioni). Nel quadro di un ipotetico vaccino ? per il quale, avverte Sapolsky, mancano comunque degli anni – c’e’ da chiedersi se e come si distinguera’ tra queste due “anime”. Il trattamento, infatti, promette di generare uno stato di “calma concentrata” capace di archiviare restringimenti di stomaco e quant’altro. Ma cosa ne sara’, allora, di batticuori, adrenalina e incaponimento per cambiare la realta’?

Una questione di chimica. E’ dal punto di vista della chimica, spiega il neuroscienziato, che si osserva l’effetto boomerang dello stress. Quando una persona e’ stressata, il suo cervello inizia a rilasciare glucorticoidi, una famiglia di ormoni che mette il corpo in uno stato di allerta. Queste molecole si chiamano cosi’ per la loro capacita’ di aumentare rapidamente i livelli di glucosio presenti nel sangue, cosi’ da rimpinzare i muscoli con una buona dose di energia. Allo stesso tempo, i glucorticoidi mettono in stand-by tutti i processi che non sono fondamentali, come la digestione e la risposta immune. Il problema sorge quando lo stress diventa cronico e la produzione di glucorticoidi si fa massiccia: in questo caso, gli ormoni permangono a lungo nel flusso sanguigno, provocando danni che si accumulano nel tempo. In particolare, a pagare il prezzo maggiore sembra essere proprio il cervello: come ha dimostrato Elizabeth Gould, neuroscienziata di Princeton, lo stress cronico e’ uno dei peggiori nemici della neurogenesi, il processo attraverso cui nascono nuovi neuroni anche nelle menti adulte.

Stress e gerarchia sociale. Che lo stress, se interiorizzato, faccia male alla salute, e’ stato dimostrato da una folta schiera di studi: malattie cardiache, depressione, disturbi neurodegenerativi e in genere malanni causati da un sistema immunitario meno efficiente, sono tutti aspetti correlati alla produzione dei glucorticoidi. E’ contro questa sfilza di problemi che si e’ concentrata la ricerca di Sapolsky, inizialmente ispirata dal regno animale.
Tutto e’ iniziato, infatti, durante un periodo di studio in Kenya, quando il ricercatore ha trascorso quasi un anno osservando gli effetti della gerarchia sociale in una comunita’ di babbuini. Un dato su tutti ha monopolizzato la sua attenzione: gli esemplari di rango inferiore, o subalterni, vivevano in uno stato di stress permanente che si traduceva in una salute piu’ cagionevole. “Detto in maniera semplice, sembravano piu’ malaticci”, spiega Sapolsky. Di qui sono scaturiti anni di ricerche, prima sul campo, poi in laboratorio, cui hanno fatto seguito numerosi studi su come la condizione sociale, il lavoro e la mancanza di potere decisionale sulla propria vita influenzino negativamente la salute degli esseri umani.

Come funziona il vaccino. Per porre rimedio all’autolesionismo dello stressato cronico, il ricercatore americano sta lavorando a una specie di vaccino basato su terapia genica. L’idea e’ di far pervenire al cervello dei geni “neuroprotettivi” in grado di contrastare i danni dello stress sulla produzione di nuovi neuroni. Lavorando sull’herpes simplex (uno dei virus piu’ abili a scavalcare le barriere delle cellule celebrali), Sapolsky ne ha sviluppato una versione modificata cancellando i geni pericolosi e sostituendoli con delle varianti positive. Il nuovo set genico, definito appunto “neuroprotettivo”, comprende geni che aumentano i fattori di crescita, gli antiossidanti e le sostanze che mimano la funzione degli estrogeni. “Il bello di questo nuovo virus – argomenta il ricercatore – e’ che sembra capace di attivarsi nel momento del bisogno, ossia quando il livello di glucorticoidi nel sangue supera una certa soglia”. Per ora il cocktail e’ stato utilizzato soltanto sui topi, dove ha dimostrato la sua efficacia nel limitare il danneggiamento neuronale prodotto da stress. I dati sarebbero schiaccianti: perdita neuronale pressoche’ nulla nei topi trattati con herpes, contro un 40% di neuroni andati in fumo nel gruppo (stressato) di controllo.

Le ombre di un mondo senza stress. Lo scenario, ad oggi, e’ ancora futuristico, ma Sapolsky e’ convinto di aver trovato il modo di “vaccinare il cervello umano contro lo stress cronico”. Un trattamento del genere, tuttavia, pone una serie di interrogativi: fino a che punto e’ auspicabile eliminare lo stress? Se la natura lo ha messo in campo, non avra’ forse tenuto conto anche dei suoi rischi? E che differenza c’e’ tra uno stressato cronico e una persona estremamente sensibile? I babbuini subalterni sono stressati anche perche’ non possono fare piu’ di tanto per ribellarsi al loro status quo. Probabilmente il vaccino all’herpes li farebbe campare piu’ a lungo e renderebbe piu’ piacevole la loro vita. Ma per gli esseri umani l’equazione “meno stress uguale vita migliore” non e’ poi cosi’ scontata.