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Quel divario globale

Adesso che la spinta interventista, per contrastare la crisi, si e’ fatta piu’ forte sia da parte dei governi (innanzitutto gli Stati Uniti) sia dal versante degli organismi sovranazionali (G8 e G20) risulta chiaro il grave deficit culturale della politica schiacciata, per troppi anni, dalla finanza e dalla religione del mercato. La globalizzazione, che pure sembrava in grado di distribuire solo opportunita’, mostra il suo volto peggiore: una leva che ha allungato le distanze tra Nord e Sud del mondo e perfino all’interno dei paesi piu’ sviluppati. Secondo l’Ocse negli ultimi vent’anni l’ineguaglianza dei redditi e’ cresciuta in media del 12 per cento (il 33 per cento il Italia) e attualmente 95 paesi sono considerati ad alto rischio. La poverta’ alimenta proteste, caos, conflitti sociali, e mette sotto pressione la democrazia laddove esiste. Ma non basta. La forbice tra ricchi e poveri si e’ allargata, in modo spaventoso, anche nelle nazioni piu’ sviluppate. Negli Stati Uniti la distanza degli stipendi tra un ceo (il capo azienda) e un impiegato medio e’ schizzata da 40 a 1 a 400 a 1. Un abisso. Perfino l’immigrazione, un altro fenomeno celebrato dalle vestali della globalizzazione e del mercato, sta invertendo la sua curva. Ci sono paesi come gli Stati Uniti e la Spagna dove le statistiche segnalano come gli immigrati che lasciano siano superiori rispetto a quelli che arrivano. In Italia, nella sola provincia di Vicenza 4mila stranieri si sono iscritti nelle liste di collocamento e hanno fatto rientrare in patria le loro famiglie.
Esiste una risposta culturale, prima che politica, alla deriva del mondo globalizzato? Ed e’ possibile metterla in campo senza scivolare in nuove forme di protezionismo o di statalismo esasperato? Di questo si discute nelle cancellerie dei paesi piu’ avanzati. Molto meno in Italia, purtroppo. E se Barack Obama invoca l’obbligo morale ed economico- oltre che di sicurezza nazionale ? per tendere la mano alle nazioni in difficolta’, due capi di governo europei, di destra (Sarkozy) e di sinistra (Brown) parlano apertamente della necessita’ di un nuovo modello di sviluppo, magari fondato su un’etica della responsabilita’. Un modello con il quale, per esempio, la distanza Nord-Sud si accorci, e importanti investimenti si concentrino per promuovere sviluppo, e quindi anche occasioni di lavoro, nei paesi piu’ poveri. Per il momento la strada e’ soltanto tracciata, ma potete giurare sul fatto che l’impianto culturale del capitalismo, cosi’ come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni, sara’ rivoltato come un calzino. E senza scomodare, inutilmente, il fantasma di Karl Marx.

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