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Perche’ sono triplicati i bamboccioni

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Piccoli bamboccioni crescono. Il rapporto annuale dell’Istat ci segnala che sono ormai piu’ di due milioni (la meta’ nel Sud) i giovani, in eta’ tra i 18 e i 29 anni, che vivono in famiglia. Record europeo. Gli eterni adolescenti sono triplicati rispetto a trent’anni fa, e oggi formano un’intera generazione che gli anglosassoni definiscono con l’acronimo Nee (Non in education, employment, or training). Non studiano, non lavorano e non si formano.
La patologia del fenomeno e’ chiara, mi convince meno invece l’idea, che sembra condivisa dagli esperti dell’Istat, in base alla quale i bamboccioni aumentano per effetto della crisi. Mentre in Italia aumenta la disoccupazione e diminuisce il potere d’acquisto dei salari, degli stipendi e delle pensioni, i giovani, secondo la lettura dell’Istat, si difendono restando barricati tra le mura familiari. Con papa’ e mamma che pagano i conti, e la donna di servizio che prepara pranzo e cena.
Non credo a questa analisi per tre motivi. Innanzitutto l’onda lunga del fenomeno parte da lontano: ricordo un’efficace serie televisiva, interpretata da Virna Lisi, dal significativo titolo “E non se ne vogliono andare”. Era il 1988, e la nave Italia procedeva a gonfie vele. In secondo luogo, i bamboccioni trovano una comoda sponda negli equilibri che molti genitori hanno costruito attraverso la forma di convivenza piu’ alla moda: la famiglia allargata. Paradossalmente, la crisi della tradizionale istituzione familiare si e’ tradotta in un nuovo paracadute per i giovani che in queste comunita’ di figli e nipoti, madri e amanti, trovano una loro protezione e perdono qualsiasi voglia di autonomia, di rischio, e perfino di avventura. Infine, non e’ un caso, a proposito di statistiche, se i bamboccioni aumentano in proporzione con la rigidita’ verso il basso dell’offerta sul mercato del lavoro, a fronte di una domanda che invece si concentra nelle fasce alte, e con la scarsa qualificazione garantita da scuola e universita’. Questo e’ il punto di crisi delle nuove generazioni, un vero spreco di capitale umano. E due ministri di centrosinistra e di centrodestra, Tommaso Padoa Schioppa e Renato Brunetta, hanno entrambi lanciato l’allarme proponendo forme di incentivi ad hoc per favorire l’uscita di casa dei nostri figli. Sono stati sommersi dalle critiche.
Appena qualche giorno fa, l’Unioncamere ha diffuso un corposo rapporto sul mercato del lavoro in Italia nel 2010, in piena crisi. Bene: un quarto dei posti di lavoro messi a disposizione nel settore dell’artigianato sono rimasti vacanti, e le piccole imprese hanno cercato inutilmente ben 1.200 elettricisti mentre il 53 per cento dell’offerta di occupazione da parte dell’industria del mobile e’ andata inevasa. Che cosa significano questi numeri? Semplicemente che abbiamo una forza lavoro, in gran parte giovanile, poco qualificata, e mentre abbiamo distrutto il prezioso tessuto delle scuole professionali (che tutti i ministri promettono di rilanciare), i giovani si sono infilati in un circolo vizioso. Non accettano posti di basso livello, ma non sono qualificati per quelli di alto livello. E allora tanto vale restare a casa, coccolati dal papa’ che si e’ trasformato nell’amico del cuore, complice e tollerante, e dalla mamma che affanna con il suo lavoro, ma non fa mancare mai il suo sostegno quando si tratta di accudire il figlio che non vuole crescere. La prigione dorata della famiglia non e’ piu’ una scelta obbligata di fronte al vento impetuoso della crisi, ma diventa soltanto la tana dove crescere comodi e protetti.