Si parla molto di longevità, della vita che allunga e della ricerca concentrata su nuovi farmaci utili sia per debellare malattie oggi ancora mortali sia per rallentare il deperimento cellulare collegato proprio all’età che avanza.
Ma su un altro punto gli scienziati convergono: per vivere più a lungo, specie quando l’età avanza, bisogna ridurre il cibo e mangiare poco e spesso. E dove nasce questa relazione tra i pasti moderati e la vita che si allunga?
Innanzitutto la riduzione del cibo si traduce in una restrizione calorica che consente all’organismo di “riparare” le cellule e fare in modo che possano riprodursi più a lungo, senza scomparire. Le ricerche dimostrano che la riduzione delle calorie attiva geni e processi cellulari, come l’autofagia, che riescono a proteggere l’organismo dallo stress e dall’invecchiamento precoce. L’autofagia (un termine scientifico che deriva dal greco e significa “mangiare se stessi”) è un meccanismo naturale, in base al quale le cellule, nel momento in cui degradano riescono a riciclare le proprie componenti riuscendo così a sopravvivere più a lungo. Potremmo definirlo un processo di manutenzione naturale del nostro organismo, senza né medicinali né terapie, ma solo in base a uno stile di vita alimentare sano e contenuto. L’equazione è la seguente: meno calorie, più longevità.
Lo studio più importante risale al 2024, a cura di un gruppo guidato da Gary Churchill (e del quale ha fatto parte anche l’italiano Andrea De Francesco), pubblicato su Nature, ha studiato 960 topi geneticamente diversi, assegnandoli a cinque regimi alimentari:
- alimentazione libera
- digiuno 1 giorno a settimana
- digiuno 2 giorni a settimana
- restrizione calorica del 20%
- restrizione calorica del 40%
I risultati principali sono stati:
- la restrizione calorica ha aumentato la durata della vita in modo proporzionale alla riduzione delle calorie
- il gruppo con il 40% di restrizione ha avuto il maggiore aumento della longevità
Uno studio precedente, del 2022, intitolato CALERIE (Comprehensive Assessment of Long-term Effects of Reducing Intake of Energy), arriva a conclusioni molto simili e altrettanto importanti, ferma restando l’importanza della componente genetica in materia di longevità.
I partecipanti hanno seguito per 2 anni una restrizione calorica di circa il 12–14% (meno del 25% previsto inizialmente).
I risultati hanno mostrato:
- miglioramento della pressione arteriosa;
- migliore sensibilità all’insulina;
- riduzione dell’infiammazione;
- modifiche nell’espressione di geni coinvolti nella riparazione del DNA, nell’autofagia e nella funzione dei mitocondri;
- rallentamento di alcuni indicatori di età biologica.
Un’altra riduzione delle calorie, garantita da una moderata alimentazione, è associata a un rischio decisamente inferiore di obesità e sovrappeso, con relativi problemi di malattie cardiovascolari, neurodegenerative, e di diabete. Con una dieta contenuta, ma completa dal punto di vista nutrizionale, la restrizione calorica consente di ridurre la pressione arteriosa, abbassare colesterolo e trigliceridi, diminuire il grasso viscerale (quello che si accumula attorno agli organi), contenere l’infiammazione cronica e lo stress ossidativo.
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