In Italia i colpevoli di omicidi volontari se la cavano al massimo con qualche anno di carcere

Un Paese ingiusto: le carceri sono piene di detenuti in attesa di giudizio, o autori di piccoli reati, e intanto chi è stato condannato, in via definitiva, per un omicidio volontario se la cava con pochissimi anni di carcere.

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Gli assassini si trovano e vengono anche condannati, quando si riesce a fare il processo prima che sia troppo tardi, ma poi, una volta condannati in via definitiva per omicidio volontario, se le cavano con qualche anno di carcere. Così funziona la giustizia in Italia, dove la certezza della pena è poco più di un titolo, mentre nel carceri non sono affollate, ma scoppiano di detenuti in attesa di giudizio o colpevoli di reati molto meno gravi di un omicidio volontario.

Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), nel 2024 il 91,1% degli omicidi aveva un autore identificato (in aumento rispetto all’89,5% del 2023). Così a fronte di 300 omicidi all’anno, in media, dei quali una stragrande maggioranza ha un autore identificato, meno della metà ricevono una sentenza definitiva in tribunale con una pena proporzionata al reato commesso.

 In pratica, in Italia l’omicidio volontario è sinonimo di impunità. Uccidi una persona, di solito una donna, e tra prescrizione, processi-lumaca, buona condotta e cavilli vari, c’è sempre un modo per cavarsela. Mentre in carcere marciscono, nell’indifferenza generale, migliaia di persone per reati assolutamente secondari, gente che potrebbe scontare la pena ai domiciliari, i veri assassini in galera non ci vanno. E quando capita, ci restano molto poco. Come al solito, le pene previste dalla legge, sulla carta, sono severissime, e vanno da un minimo di 21 anni all’ergastolo. Sulla carta, però. Nella realtà, come dimostrano i dati di un’approfondita ricerca dell’EURES Ricerche Economiche e Sociali, un istituto italiano di studi indipendenti su criminalità, vittime, sicurezza e fenomeni sociali, in Italia per ogni 10 anni di condanna definitiva per un omicidio volontario, l’assassino ne finisce per scontare non più di tre.
Talvolta lo sconto parte immediatamente dopo la sentenza definitiva. Stefano Parolisi, ex caporalmaggiore, ha ottenuto un’abbondante riduzione della pena, da 30 a 20 anni, per l’omicidio della moglie Melania Rea con 36 coltellate: il ricalcolo è stato fatto dalla Corte d’Appello di Perugia dopo la precedente condanna con rito abbreviato. E l’assassino ha beneficiato dello sconto in quanto, secondo i giudici, il reato non sarebbe stato commesso con evidente crudeltà. Ma il caso Parolisi non è isolato e in Italia, dove un delitto su due resta completamente impunito, i magistrati mostrano di avere la manica larga quando si tratta di mettere sul tavolo ricalcoli, attenuanti, riduzioni di pena, per i colpevoli di omicidio accertati da sentenze passate in giudicato.

La durata media della pena, per l’omicidio volontario, stando ai dati raccolti dall’EURES, è di 12,4 anni, a fronte di un codice che prevede una carcerazione da 21 anni all’ergastolo. Per l’omicidio preterintenzionale, invece, la pena media scende a 8,8 anni, mentre la legge parla di pene da 10 a 28 anni di detenzione. Questi numeri non tengono conto, poi, del regime di semilibertà e di eventuali altri sconti. Piero Maso, nell’aprile del 1991, massacrò i genitori Rosa e Antonio per incassare la loro eredità e, dopo la confessione, venne condannato a 30 anni di galera. Ma andò in semilibertà già nel 2008 per poi uscire completamente cinque anni dopo. Mario Alessi, l’assassino del piccolo Tommy Onofri, un bambino di 17 mesi ucciso a colpi di badile durante un sequestro a scopo di estorsione, è stato condannato all’ergastolo, con sentenza confermata dalla Cassazione nel 2010, e appena qualche anno dopo dopo è tornato in libertà grazie ai permessi consentiti dalla legge. Lavora come fabbro e giardiniere. Erika De Nardo uccise, con la complicità del fidanzato Omar Favaro, la madre Susy Cassini e il fratellino undicenne, Gianluca, con 54 fendenti. I due killer furono condannati a 16 anni di reclusione, ma uscirono dal carcere già dieci anni dopo la sentenza, grazie all’indulto e alla buona condotta.I

<In effetti le nostre indagini statistiche, molto rigorose, ci dicono che agli sconti che nascono da questioni tecniche e procedurali si sommano, ex post, quelli in appello. Come si spiega? Il processo di primo grado è molto influenzato dalla pressione mediatica che purtroppo condiziona i giudici, mentre in secondo grado si spengono i riflettori di stampa e televisione e le pene si attenuano> spiega Fabio Piacentini,  coordinatore degli studi sugli omicidi in Italia. E aggiunge: <ll rischio è di passare dalla redenzione, che pure è giusto premiare, a una sorta di automatismo difficile da giustificare dal punto di vista giuridico. E da qui il passo a una parziale impunità è molto breve…>.

Infine, anche sugli omicidi volontari aleggia lo spettro della prescrizione, la parola magica che rende in Italia del tutto aleatoria la certezza della pena. Uno dei casi più clamorosi è stato quello di Giulio Cesare Morrone. Lui è un imprenditore di Pescara, molto vivace, con la passione per il culturismo, che nel 1990 denuncia la scomparsa della moglie, Teresa Bettega. Passano 22 anni senza che le indagini riescano ad accertare un colpevole, fino a quando spunta un testimone che accusa il marito della donna per l’omicidio. In un primo momento Morrone nega tutto, e poi, interrogatorio dopo interrogatorio, confessa: «E’ vero, l’ho strangolata e gettata nel fiume». A quel punto l’uomo viene giudicato con un rito abbreviato e condannato a 16 anni di reclusione, ma le resta un pezzo di carta con la sentenza di un tribunale perché non essendo stata riconosciuta l’aggravante dei futili motivi, è scattata la prescrizione. E Mormone, dopo avere ucciso la moglie con premeditazione, non ha fatto neanche un’ora di carcere.

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