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Ma e’ giusto pagare cosi’ male l’operaio-artigiano?

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Quando ha presentato la sua azienda agli investitori di tutto il mondo, per sbarcare in Borsa, Brunello Cucinelli, re del cashmere, non ha dato soltanto i rituali numeri sulla crescita del fatturato, sulla quota delle vendite all’estero, sulla curva verso l’alto dei profitti. Ha parlato anche, cifre alla mano, dello spreco del più importante capitale della sua azienda: l’operaio-artigiano. “E’ assurdo che un mio artigiano guadagni appena 980 euro al mese. Un capo dell’azienda esce dalla nostra fabbrica a 350 euro e viene venduto in via Spiga a Milano almeno a 1.000 euro; il costo del lavoro manuale è di 60 euro, se all’operaio-artigiano gliene riconosciamo 90, certo non crolla la redditività dell’impresa…” ha spiegato Cucinelli. L’operaio-artigiano di Cucinelli, lo stesso che lavora in tutti i marchi del made in Italy, di quella creatività e innovazione che ancora fanno sognare nel mondo gli imprenditori italiani, è il simbolo di uno spreco e di un’ingiustizia che pesa sull’intero Paese. Tanto che molti industriali, almeno i più lungimiranti, agli operai-artigiani senza i quali il made in Italy del lusso non potrebbe esistere, concedono soldi fuori busta, spesso in nero, per arrotondare stipendi ridicoli. Nello stesso tempo, altro spreco, in un momento nel quale la disoccupazione spaventa e incalza, in tutte le aziende italiane di fascia medio-alta mancano sarti, falegnami, installatori, maestri vetrai, progettisti, manutentori. Artigiani, appunto, come l’operaio di Cucinelli. E mancano perché il lavoro manuale è stato prima degradato sul piano delle retribuzioni e poi squalificato dal punto di vista formativo e culturale. È stato declassificato come lavoro di serie B, non a caso intercettato a mani basse dagli immigrati. Mentre potrebbe essere uno dei principali tasselli del puzzle per uscire dalla grande crisi, secondo la linea del Non Sprecare per crescere. Lo sforzo per uscire dal tunnel dovremmo farlo tutti, con una logica da sistema Paese. Le aziende, intanto, paghino meglio i loro operai-artigiani come promette Cucinelli, e investano una quota del loro budget pubblicitario e del marketing per promuovere il lavoro manuale made in Italy. Il governo, il Parlamento e le parti sociali trovino un’intesa per alleggerire il peso fiscale su questa essenziale categoria di lavoratori e investano risorse, non solo parole, per rilanciare gli istituti tecnici-professionali che abbiamo letteralmente abbandonato, al contrario dei francesi e dei tedeschi, nostri diretti concorrenti in Europa. E le famiglie non spingano i giovani a disertare la formazione e il lavoro manuale, a vantaggio magari di una finta quanto inutile laurea triennale. Tre mosse, insieme, e l’operaio-artigiano di Cucinelli non sarà più il simbolo di uno spreco dell’Italia che impoverisce e non sa valorizzare la sua ricchezza.