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L’egoismo è finito: la civiltà dell’orto

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Sono scettico – vivendo a Roma lo scetticismo diventa una reazione istintiva – quando mi arriva un libricino, Come fare un orto o un giardino condiviso, scritto da Silvia Cioli, Luca D’Eusebio e Andrea Mangoni, che raccontano un fenomeno sommerso della capitale: un centinaio di orti urbani creati dai cittadini con le loro mani, insieme, conquistando manu militari spazi pubblici degradati e in abbandono. Mi chiedo: possibile? A Roma? Il mestiere mi ha insegnato a chiarire i dubbi con le verifiche sul campo, e così passo in rassegna la selezione di orti romani messi in rete sul sito www.zappataromana.net da Silvia, Luca e Andrea. Poi salgo sul motorino e parto per i sopralluoghi. Gli orti romani dello stare insieme, del riprendersi, come comunità, un pezzo di città, e non arraffare, come individuo con qualche complice, un terreno per un abuso edilizio, esistono davvero. E sono veramente tanti, specialmente in quella periferia della capitale divorata dal cemento e cresciuta con un milione di abitanti spogliati di servizi essenziali, come un mezzo di trasporto pubblico o uno spicchio di verde. Abbandonati, nel pozzo nero della solitudine e dell’egoismo di chi ha realizzato e di chi ha consentito di realizzare una città parallela senz’anima e senza beni collettivi.

Alla Garbatella, due ettari di terreno abbandonato sono stati per anni l’oggetto di un duro braccio di ferro. Ci volevano costruire il solito centro commerciale e hanno perso, poi sono passati all’idea di una lottizzazione con case dormitorio e uffici, e sono stati nuovamente sconfitti. Per prendere tempo in attesa del colpaccio finale, è stata persino paventata la possibilità del cemento abbinato a un parco pubblico, con tanto di stanziamento di un milione di euro: un fantasma apparso e scomparso. Al contrario, un gruppo di associazioni di cittadini che non ha mai mollato durante anni di battaglia è riuscito a prendersi la terra, a sistemarvi un grande orto urbano, piante di verdure e alberi da frutto, a gestirla come un patrimonio del quartiere, con all’ingresso un arco in legno e la scritta «Orti Urbani Garbatella».
Sull’Ardeatina, invece, l’orto condiviso lo hanno realizzato alcuni lavoratori cassintegrati della società Eutelia: informatici, impiegati e quadri, che sono riusciti a ottenere dall’amministrazione provinciale un’area agricola di tremila metri quadrati dove coltivano anche ulivi e vigne, zucchine e melanzane. «Lo abbiamo fatto per stare insieme, come quando lavoravamo tutti in azienda, per non piangerci addosso, per sentirci ancora una piccola comunità ed essere più forti di fronte al dramma della perdita di un posto. Con l’Eutorto abbiamo provato a essere meno soli, meno esclusi, meno sconfitti dalla durezza della vita e dall’ingiustizia dell’uomo. Non avevamo alcuna esperienza contadina, consideravamo l’agricoltura un reperto archeologico, e invece abbiamo imparato presto nell’orto che ci protegge e ci unisce», racconta Gloria. Ieri si occupava di controllo di gestione e di assistenza per il software; oggi, in attesa di ritrovare il posto di lavoro perduto, si è inventata una nuova attività, e chissà che non diventi quella definitiva: con una socia, Francesca, da Eutorto ha fatto nascere Eutorte, un servizio di catering e di vendita di torte. La loro specialità è la caprese, con le mandorle, il cacao e il mascarpone.

Al Pigneto il motore dell’iniziativa, battezzata Fermenti di terra, è stata Michela: attraverso Internet e un volantinaggio porta a porta ha mobilitato l’intero quartiere, e un giardino pubblico abbandonato ai cani randagi è stato convertito in orto urbano. Lo spazio è recintato per evitare l’ingresso degli animali, ma il cancello è sempre aperto, notte e giorno. E i romani del Pigneto, a forza di stare insieme per dare acqua a qualche pianta di cetrioli, hanno scoperto uno scampolo di civiltà, di interesse condiviso per quello che appartiene al noi, e non all’io. Nessuno si è mai sognato di portare a casa propria l’innaffiatoio, e tutti hanno riconosciuto il piacere di coltivare, con gli ortaggi, un senso di partecipazione alla comunità. Dice Michela: «All’inizio la scommessa sembrava persa, nel quartiere mi guardavano come una marziana che non conosce le abitudini e il cinismo dei romani. E invece, con un piccolo orto, è come se avessimo tirato fuori un diverso aspetto della personalità di un popolo che, quando vuole, riesce a convivere, ad accogliere l’altro, a riscoprire il piacere di buone relazioni umane, a sconfiggere l’egoismo e la solitudine metropolitana».
Dopo il giro sul campo tra gli orti urbani di Roma ho ripreso in mano il libricino di Silvia, Luca e Andrea e mi sono fermato su una pagina dove è scritto:
Se pensate che il vostro quartiere debba essere migliorato, che lo spazio pubblico esistente sia degradato o scarseggi, la prima cosa da fare è parlarne con altre persone. Sforzatevi di stare insieme con gli altri: i vostri familiari, i vostri vicini, i commercianti, gli amici. La scommessa di uno può diventare il sogno di tutti.
Stare insieme nella palestra dell’orto per crescere più forti e meno separati, come diceva mio padre quando spingeva i suoi figli a zappettare.

Brano tratto da L’egoismo è finito di Antonio Galdo (Einaudi 2012)

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