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Il G8 e la credibilita’ dell’Italia

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L’etica, prima dell’economia. I valori condivisi, prima del mercato. Il vertice del G8 e’ iniziato sotto il segno di una profonda riflessione, anche autocritica, di un mondo globale che si e’ ritrovato fragile e impotente di fronte a una crisi ancora tutta da decifrare per i suoi effetti di lungo periodo. Nei primi documenti approvati si parla di “correttezza”, “trasparenza”, “integrita’”, “sostenibilita’”: sono concetti che non appartengo al lessico pragmatico di una riunione tra capi di governo e sebbene non rappresentino delle soluzioni, hanno un grande significato simbolico. Tracciano i punti cardinali di una rotta che sembrava smarrita, declinano le opportunita’ di cambiamento che offre la crisi, raccolgono molti spunti dell’enciclica appena firmata da Benedetto XVI e offrono alla comunita’ internazionale una consapevolezza morale piu’ che politica. Non e’ poco. D’altra parte il club del G8 che , ricordiamolo, rappresenta soltanto il 13 per cento della popolazione del pianeta e’ da tempo un organismo inadeguato rispetto alla domanda di governance globale. E non a caso anche ieri i soci hanno rimandato le decisioni operative al prossimo G20 per le questioni finanziarie e al vertice di Copenhagen per i temi in agenda sul clima e sull’ambiente.

Ed, a proposito di significati simbolici applicati alla politica delle piu’ potenti cancellerie, ieri il nostro Paese ha incassato diversi risultati, mostrando finalmente il volto di una nazione molto piu’ solida di quanto noi stessi vogliamo rappresentarla. Barack Obama ha riconosciuto “una forte leadership” dell’Italia, e un giudizio cosi’ netto da parte del presidente degli Stati Uniti d’America e’ la migliore risposta a quelle voci da scantinati dell’informazione che ci davano perfino esclusi, in futuro, proprio dal G8. La passeggiata di Angela Merkel tra le macerie di Onna, con l’impegno concreto del governo tedesco di partecipare alla ricostruzione attraverso il restauro della chiesa di San Pietro e Paolo, e’ la conferma di quanto sia stato opportuno trasferire a L’Aquila i lavori del summit. Gli abbruzzesi non saranno abbandonati con la loro tragedia: da oggi questo e’ un impegno solenne che non riguarda soltanto il governo italiano, ma anche i nostri alleati.
Ancora: l’organizzazione operativa del vertice funziona bene, con professionalita’ e competenza, nonostante le tante paure che per le scosse di terremoto che continuano a ripetersi. A L’Aquila non si e’ vista l’Italietta delle improvvisazioni, degli azzardi e dell’operetta protocollare, ma un Paese moderno, efficiente, capace di misurarsi con la complessita’ di un appuntamento sul quale sono puntati gli occhi, non sempre benevoli e disinteressati, dell’opinione pubblica internazionale.

E quanto ai contenuti dei documenti, possiamo riconoscerci il merito di avere dettato la traccia, specie per la parte relativa alle regole economiche, che non e’ solo un successo diplomatico, ma e’ innanzitutto la prova di un credibilita’ conquistata sul campo. Laddove non e’ secondario il fatto che il sistema Italia, con la sua forte vocazione territoriale, con un baricentro produttivo ancorato alle fabbriche e non ai giochi spericolati della finanza, con una rete bancaria molto piu’ solida dei miti anglosassoni, ha retto e continua a reggere con straordinaria energia all’urto della crisi, molto meglio di paesi piu’ ricchi e oggi piu’ esposti alla recessione. Stiamo facendo, insomma, la nostra parte, superando un esame difficile di fronte al mondo, e auguriamoci di potere confermare questo giudizio anche al termine dei lavori del G8. Stiamo vincendo una scommessa molto scivolosa, nonostante quella particolare forma di provinciale autolesionismo, nella quale in tanti si esercitano a danno dell’Italia e degli italiani. Dimenticando come si difendono il valore e la credibilita’ di un Paese quando sono in gioco gli interessi generali di un popolo e di un’intera nazione.