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Gli inutili test alluniversita’

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La febbre dei test è alle stelle. E dopo la partenza di ieri per le iscrizioni a Medicina, in più della metà delle facoltà universitarie italiane si consumerà il rito della lotteria d’ingresso. Già, perché di una lotteria si tratta e non di una sana e necessaria selezione: una sorta di concorso a metà strada tra il quiz per la patente automobilistica e le parole incrociate della Settimana enigmistica, che non a caso è considerata uno degli strumenti per prepararsi alla prova.

I test non funzionano, con il loro impasto all’italiana di nozionismo scolastico, con domande generiche che spaziano dalla definizione del taoismo a come disegnare le nuvole quando piove, e senza alcuna valutazione di quelle che sono le attitudini e le propensioni di fondo di uno studente. Diciamo la verità: abbiamo costruito una macchina mostruosa che serve soltanto a due cose: mascherare, come una foglia di fico, l’impotenza dell’università italiana a formare ed a selezionare secondo parametri di merito e di capacità, ed a dare una boccata d’ossigeno finanziario ai catastrofici bilanci dei nostri atenei. Non a caso la media degli ammessi si riduce a otto candidati per ogni posto disponibile, con situazioni paradossali come quella dell’università di Palermo, 26mila aspiranti iscritti per meno della metà degli accessi possibili, oppure La Sapienza a Roma con 6mila domande per 997 posti.

Eppure una prova di ammissione all’università ha una sua funzione, come dimostra il fatto che viene prevista nelle migliori università europee e americane. Qui però più che il nozionismo da Settima enigmistica pesano una serie di fattori che vanno dal curriculum scolastico dello studente ai suoi reali interessi formativi e, in prospettiva, professionali. Inoltre in queste università, nel mondo normale, sono gli stessi atenei a preparare i candidati in vista della prova, in Italia invece attorno alla lotteria dei test è nata una piccola industria laterale. Con editori specializzati, manuali di varia natura, società che fanno pagare profumatamente i loro corsi e non offrono alcuna garanzia di professionalità. D’altra parte, ecco il secondo motivo alla base di questa patologia del nostro sistema formativo, i test servono alle università a fare cassa. Si pagano, infatti, e soltanto la Sapienza a Roma lo scorso anno ha incassato qualcosa come 700mila euro per le tasse di iscrizione alle prove di selezione.

Con questa lotteria dei quiz, non garantendo ai più bravi l’iscrizione che pure meriterebbero, l’università italiana parte con il piede sbagliato. E i conti alla fine del percorso tornano: siamo all’ultimo posto in Europa come percentuale di laureati, con un misero 20 per cento, la metà rispetto alle statistiche di Francia e Gran Bretagna. E abbiamo il record dei fuori corso: 600mila studenti, il 33 per cento della popolazione universitaria, che vagano in attesa di un traguardo al di fuori della loro portata. Di solito il pesce puzza dalla testa, e dunque la riffa dei test altro non è che il primo indicatore di una perdita di consistenza del sistema universitario e della sua abissale distanza dall’asfittico mondo del lavoro. In queste condizioni sarebbe perfino più onesto sostituire la lotteria dei quiz d’ingresso con un metodo ancora più banale nella sua efficacia: una bella estrazione a sorte.