Il gioco d’azzardo in Italia non conosce la parola frenata. Secondo i dati ufficiali del ministero dell’Economia nel 2025 siamo arrivati a 165 miliardi e 345 milioni di euro, quasi 8 miliardi in più rispetto al 2024. Abbiamo raggiunto così una spesa pro capite per il gioco d’azzardo di 2.700 euro a testa, e ormai il settore che cresce di più (e anche quello dove i controlli sono più difficili) è il gioco online, arrivato ormai a quota 100 miliardi all’anno di scommesse.
Di fronte a un Paese di biscazzieri, si è sempre detto che lo Stato non può applicare misure severe, come nel caso del fumo, attraverso campagne mirate, divieti di gioco in una serie di luoghi, alta tassazione delle sigarette. Non può perché incassa troppi soldi che servono a fare cassa per un Paese fortemente indebitato e con una spesa pubblica molto alta.
Ma siamo davvero sicuri che lo Stato incassi il dovuto? E non c’è piuttosto il dubbio che più che ai bisogni cassa abbia ceduto alle pressioni della potentissima lobby delle società che gestiscono le scommesse? Le risposte a queste domande arrivano leggendo i dati dello stesso ministero dell’Economia, e qui non mancano le prove dello spreco.
Primo dato inconfutabile: a fronte di un aumento così netto delle giocate, gli introiti dello Stato diminuiscono e non arrivano all’1,45 per cento. Secondo dato: la spiegazione di questa perdita per le casse pubbliche, a fronte di ulteriori guadagni per i privati, si spiega proprio con lo spostamento delle fonti di gioco, dal fisico all’online. Nel primo caso la tassazione, per esempio le slot machine, parte dal 20 per cento e può arrivare fino al 53,6 per cento incassato per le scommesse al Superenalotto. Nel secondo caso, ovvero le scommesse online, la percentuale incassata dallo Stato diventa ridicola e crolla attorno all’1 per cento.
In un libro molto documentato ( “Il modello italiano di tassazione del gioco d’azzardo” , gli economisti Alessandro Gandolfo e Valeria De Bonis mettono in luce una conclusione molto precisa e il paradosso del gioco d’azzardo in Italia: il settore cresce, ma il gettito dello Stato diminuisce. E questo innanzitutto perché il gioco d’azzardo tradizionale è tassato sulla raccolta, quello online sul margine, e quindi, come abbiamo visto, le aliquote sono molto più basse. Negli ultimi 25 anni, per avere un parametro sull’entità di questo spreco, il gettito complessivo è passato da una media del 12 per cento del Duemila, a una media del 6 per cento nel 2025. Praticamente dimezzato. Nel 2006, solo per citare un anno di questa parabola, la tassazione viaggiava per tutti attorno al 12,6 per cento.
Non ci vorrebbe molto a sistemare questa assurda incoerenza fiscale, riequilibrando la tassazione e prendendo atto dello spostamento dei pesi delle fonti di gioco: questo, secondo gli esperti, significherebbe garantire ogni anno nuove entrate allo Stato tra i 6 e i 13 miliardi di euro. Soldi che al momento stiamo sprecando.
Ci sono, infine, altre due considerazioni da fare per completare il quadro di uno Stato così arrendevole di fronte al gioco d’azzardo. La sproporzione tra la tassazione delle scommesse e quelle di un altro vizio molto nocivo, il fumo, è enorme. A fronte dei ricavi che abbiamo visto per il gioco d’azzardo, per un solo pacchetto di sigarette lo Stato incassa (tra accise e Iva) circa 4,5-5 euro, pari al 75-80 per cento del costo. Perché una puntata online deve invece rasentare il livello esentasse?
Al lucro cessante ( i minori introiti sulle scommesse) questo Stato così arrendevole di fronta alla lobby delle società che gestiscono il gioco d’azzardo, deve aggiungere il danno emergente, ovvero i costi a carico del Servizio Sanitario nazionale che si fa carico delle cure di 1 milione di giocatori considerati “problematici”. Sommando le spese sanitarie dirette al costo sociale dei giocatori “problematici” si arriva a uscite per lo Stato attorno ai 3 miliardi di euro. Altri soldi che non fanno altro che aumentare, a fronte di ricavi da tassazione che invece continuano a diminuire.
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