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Esplora il significato del termine: È possibile sognare un lavoro che non divori tutto il tempo?

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È un sogno l’idea di un lavoro che non “divori” tutto il tempo della vita delle donne ma anzi diventi uno spazio che corrisponda ai nostri desideri, un “territorio” da rendere più simile a noi stesse?

E’ possibile sottrarsi al ricatto: se non lavori come una pazza non fai carriera, ricatto che oggi assume una forma ancora più perfida, ovvero se non lavori come una pazza, non lavori proprio!

 

 Nell’agenda delle priorità emerse dalla recente mobilitazione delle donne c’è sicuramente il tema centrale e intergenerazionale del lavoro, tutto il lavoro, quello pagato e quello “invisibile” di cura.

A me la questione sta particolarmente a cuore anche per il filo sottile che lega chi sta cercando di entrare in questo mercato, come mia figlia 29enne immersa in una precarietà che è sfida quotidiana e dimensione esistenziale, e chi come me ha deciso di starne un po’ ai margini

“Voglio lavorare. A modo mio”. E’ una bella dichiarazione di intenti il titolo dell’ultimo numero della rivista di politica e letteratura Leggendaria  a cui ho dato un piccolo contributo e che presenterò insieme a Bia Sarasini, Silvia Neonato e Pat Carra oggi pomeriggio, alla Libreria delle donne di Milano.

Perché se è vero che  i dati sono sconfortanti (tra le ragazze quasi il 33 per cento di disoccupazione, 6 punti più dei ragazzi,  contratti temporanei che rappresentano il 76% delle assunzioni nel 2009-10), paradossalmente proprio adesso le donne alzano il tiro e chiedono un lavoro (cioè una vita) che assomigli di più ai loro desideri.

E così parliamo di cosa significhi il lavoro, ad esempio, per le metalmeccaniche e mamme della Fiat di Termoli che hanno creato un coordinamento per chiedere un orario più flessibile, visto che nella loro zona i servizi sono quasi inesistenti.

Quel lavoro delle donne che c’è e non c’è e fa nascere polemiche, come quella scoppiata ieri fra la leader della Cgil Susanna Camusso e la scrittrice Dacia Maraini. Se la sindacalista, infatti, dopo aver visto il bel film Primo incarico con una Isabella Ragonese impavida maestra in un paesino sperduto della Puglia, contrapponeva la possibilità per donne coraggiose di progettare una vita lavorativa negli anni ’50 all’attuale “prigione” della precarietà, la scrittrice rispondeva ricordando il suo stesso libro L’età del malessere proprio sulle difficoltà a inserirsi nel mondo del lavoro incontrate dalle donne negli anni ’50 e ribadendo che le vere conquiste per l’emancipazione femminile sono arrivate dopo il ’68.

Intanto, anche in piena crisi, qualcosa si sta muovendo. A Milano, dal “gruppo lavoro” della Libreria delle donne che ha iniziato da tempo una riflessione su questi temi, ha preso corpo una proposta che è anche una scommessa.

Creare un’”agorà del lavoro” cittadina, una piazza insieme concreta e simbolica, un appuntamento mensile dove il lavoro che cambia prenda la parola per incrociare storie e soggettività. E trovare connessioni per ribellarsi alle ingiustizie e alle inadeguatezze di oggi. Questa sorta di “blog in carne e ossa” debutterà il 23 maggio all’Umanitaria: è un desiderio, una festa, un inizio dove tutti sono invitati, donne ma anche uomini.

E a chi avesse ancora qualche incertezza fra lavoro fisso e lavoro “indipendente” consigliamo il libro, questa volta scritto da due uomini, di due generazioni diverse, Sergio Bologna e Dario Banfi, Vita da Freelance  (Feltrinelli editore). Un saggio che racconta il lavoro antropologicamente nuovo del knowledge worker di oggi, tra libertà e vincoli feroci, assenza di certezze e soddisfazione per un’attività che in fondo esprime ciò che uno è.

E voi, cosa vi piace e cosa non sopportate del vostro lavoro?

Pensate che siamo tornati davvero indietro rispetto a più di mezzo secolo fa?