Don Giacomo Panizza è un sacerdote solido e coraggioso. La sua intensa attività è quella di un uomo che ha scelto di vivere accanto agli ultimi, trasformando la solidarietà in un gesto concreto e quotidiano: per esempio dare aiuto per trovare lavoro ai disabili, ai tossicodipendenti, e alle persone fragili. Troppo, per i clan della ‘ndrangheta, che sentono il rischio di perdere un possibile bacino di reclutamento e hanno minacciato di morte più volte don Giacomo.
Nato in provincia di Brescia nel 1947, Panizza cresce in una famiglia operaia. Prima di diventare sacerdote lavora come metalmeccanico: un’esperienza che gli lascia addosso l’idea che il lavoro e la dignità siano diritti fondamentali. Negli anni Settanta, giovane prete, decide di partire per la Calabria. Non per “fare carriera” nella Chiesa, ma per condividere la vita con chi era escluso e invisibile.
Arriva a Lamezia Terme in un periodo difficile. In quegli anni molte persone con disabilità vivevano segregate in casa oppure rinchiuse in istituti e manicomi. Don Giacomo resta colpito soprattutto da questo: l’assenza di futuro. Così, nel 1976, insieme a un gruppo di giovani disabili e volontari, fonda la Comunità Progetto Sud. L’idea era rivoluzionaria: non assistenza dall’alto, ma vita comune, lavoro condiviso, autonomia e partecipazione.
La comunità comincia in modo poverissimo. Tutti mettono in comune quel poco che hanno. Si creano laboratori artigianali, cooperative, attività sociali. Le persone con disabilità iniziano a lavorare, a studiare, a uscire dall’isolamento. Negli anni, Progetto Sud diventa un punto di riferimento per il territorio: si occupa di riabilitazione, inserimento lavorativo, migranti, tossicodipendenze, minori fragili e lotta all’emarginazione.
Ma in Calabria, in quegli anni, fare comunità significava anche scontrarsi con la ’ndrangheta. Panizza racconta che all’inizio non capiva nemmeno cosa fosse il pizzo. Quando arrivarono le prime richieste di denaro e le intimidazioni, lui disse semplicemente di no. Da quel momento iniziarono minacce, vandalismi, aggressioni.
Il momento più delicato arriva nel 2002. La comunità ottiene la gestione di un edificio confiscato al clan Torcasio, un palazzo che molti consideravano “intoccabile”. Quasi nessuno aveva avuto il coraggio di usarlo davvero. Don Giacomo decide invece di trasformarlo in un centro sociale e riabilitativo. Quella scelta rompe il muro della paura. Da allora vive sotto scorta.
L’attività di Panizza non si limita al territorio di una regione dominata dai clan della malavita, ma si allarga anche in altri scenari. Nell’ottobre 2025 è stato coinvolto in un episodio molto delicato durante una missione umanitaria in Ucraina. Si trovava su un treno vicino a Leopoli quando sono scattati allarmi e contraerea contro droni russi. Panizza ha raccontato “tanta paura” e la tensione vissuta dai passeggeri.
Panizza ha sempre rifiutato l’etichetta di “prete antimafia” come slogan. Dice spesso che non serve definirsi antimafia: basta fare bene il proprio lavoro, vivere onestamente, costruire giustizia e relazioni vere. Per lui la legalità non è eroismo, ma responsabilità quotidiana.
Negli anni ha scritto libri, partecipato a iniziative culturali e ricevuto riconoscimenti importanti, ma è rimasto legato alla vita concreta della comunità. Uno dei suoi libri più noti è Qui ho conosciuto purgatorio, inferno e paradiso, dove racconta la Calabria nelle sue contraddizioni: violenza e bellezza, paura e speranza.
Fonte immagine di copertina: LaC News24
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