Tra le cose che dovremmo riscoprire e rivalutare della cultura greca c’è l’idea fissa, che ha attraversato i grandi classici della tragedia, Eschilo, Sofocle ed Euripide, come il pensiero filosofico, da Platone ad Aristotele, della necessità di conoscere il proprio limite e di non oltrepassarlo.
I due passaggi sono di fatto legati, tenuti insieme da un unico filo esistenziale: i greci, molto prima dell’Illuminismo, avevano scolpito all’ingresso del santuario di Delfi un appello stentoreo, un comandamento: Conosci te stesso. E questa “conoscenza” di sé, e qui siamo prima del Cristianesimo, significa avere innanzitutto la consapevolezza dei propri limiti, non oltrepassarli, in virtù della capacità di poter dare una risposta alle domande di senso (chi sono, quale posto ho nel mondo, dove vado).
Una volta messo a fuoco il proprio limite, anche in rapporto ai progressi della tecnica (sui cui rischi i greci la sapevano lunga), arriva il secondo passaggio: non superarlo, accecati dalla hybris, quel delirio di onnipotenza che ti porta a considerati invincibile, insuperabile, e come tale nella condizione di poter fare ciò che vuoi, in privato come quando hai una responsabilità pubblica. Prometeo, simbolo del progresso tecnologico, con il suo mito, scivola nelle tenebre della hybris e per questa colpa viene incatenato e condannato a una sofferenza eterna.
La tragedia greca, con tutti i suoi classici, è una lunga narrazione nel territorio peccaminoso dell’hybris, una storia infinita di trasgressioni rispetto al limite che ciascuno di noi è chiamato a rispettare. E tutte le scienze che i greci hanno inventato con i loro Grandi Maestri (la medicina con Ippocrate, la matematica con Pitagora, la fisica con Archimede, l’astronomia con Tolomeo) sono sempre state incardinate in una cornice nella quale esisteva sempre la soglia di un limite da non varcare.
L’Occidente ha smarrito il senso del limite, nel privato come nel pubblico. Ognuno si sente libero di scrivere le proprie leggi, i propri codici, le proprie (illimitate) ambizioni, e la violenza così diffusa altro non è che il linguaggio con il quale misurare l’hybris e affermarla a qualsiasi costo. L’uomo non è più all’interno di un sistema dominato dall’ordine, dall’equilibrio, dalle leggi immodificabili della natura: insegue l’eternità già nella vita, ossessionato da una rappresentazione ottusa del benessere e del vivere bene, nella quale non c’è spazio neanche per il solo pensiero della morte. La tecnica (adesso è tecnologia), abbinata alla potenza del denaro, non è più, come diceva Eschilo <di gran lunga più debole della necessità che governa le leggi di natura>, ma marcia spedita, priva di una qualsiasi etica del limite, fino all’obiettivo di sostituirsi con l’intelligenza artificiale a quella umana e naturale.
La sete di potere degli autocrati, sradicata da qualsiasi senso del limite, consente loro di decidere, in totale autonomia, quando e come scatenare guerre che sembrano lontane ma di prepotenza rientrano nel comune destino del mondo globalizzato. La povertà, come la fame, non spaventa: fa parte del destino che l’uomo sempre pronto a superare il limite considera ineluttabile. Nel regno dell’hybris non può esserci spazio per le conquiste, costate secoli di lotte, della rappresentanza democratica (il voto, da solo, non è garanzia di democrazia, come dimostrano i tanti stati controllati da regimi nei quali, in apparenza, ci sono le elezioni), l’architettura istituzionale del multilateralismo pacifista è disintegrata e degli organismi vitali di questo sistema, pensiamo all’Onu, restano soltanto le spoglie dei fantasmi. Il disordine è figlio di una tracotanza che nega il concetto alla base dell’equilibrio della polis e della sottostante poliarchia: nessuno può diventare troppo dominante, perché questo apre le porte alla tirannide e manda in frantumi l’equilibrio di una comunità. Inconsapevoli di quale sia la nostra posizione nel mondo, e di quale confine non dovremmo mai attraversare, ci ritroviamo, come nella parabola dei ciechi affrescata dalla genialità di Pieter Bruegel, a camminare verso un burrone dove prima o poi siamo condannati a precipitare.
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