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A un anno dal terremoto di L’Aquila

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A un anno di distanza, ore 3,32 del 6 aprile 2009, il terremoto in Abruzzo, 308 morti e 17mila sfollati solo a L’Aquila, ci consegna i fotogrammi di un Paese immerso nei suoi chiaroscuri. L’Italia generosa e cinica; coraggiosa e bugiarda. Forte negli slanci, debole nelle istituzioni. Individualista, fino al rischio di dividersi sempre, anche nella tragedia. Altruista, se c’e’ un’occasione, che non sia la solita partita di calcio della Nazionale, per sentirsi comunita’. Il primo volto che abbiamo visto, accanto alle facce dignitose degli abruzzesi increduli nel loro dolore, e’ stato quello della partecipazione popolare. Gia’ ventiquattro ore dopo la scossa, tra le macerie giravano circa cinquemila persone ed e’ stato calcolato che, nel corso di un anno, nella regione sono intervenuti 75mila volontari. Un esercito del bene, mobilitato solo dalla solidarieta’ e dal desiderio di dare un aiuto a uomini e donne che in un attimo si sono ritrovati con la vita rovesciata.
L’emergenza a L’Aquila ha funzionato. Dal basso, quando la citta’ e’ stata avvolta da una gigantesca rete di volontari. Dall’alto, grazie all’efficacia della Protezione civile, pezzo pregiato, fino agli scandali della cricca degli appalti, di uno Stato arrugginito. Eravamo abituati, con i precedenti terremoti, al pantano dei soccorsi, ai superstiti che morivano sotto le macerie anche quando potevano salvarsi, a un presidente della repubblica che urlava “Fate presto”. Ecco, a L’Aquila siamo riusciti a fare presto e bene, e Silvio Berlusconi afferrando al volo la sensibilita’ dell’opinione pubblica su questo versante si e’ speso (26 visite, piu’ di due al mese), ha rischiato, con la temeraria idea di trasferire il G8 in Abruzzo, e ha incassato i dividendi, in termini di consensi, per l’azione del governo.
Poi, come se per una maledizione congenita riuscissimo a dare il meglio solo con l’emergenza, sono iniziati i guai. Certo: sono stati consegnati 4.449 appartamenti, realizzati a tempo di record, e qualche giorno fa e’ stata completata la consegna di 1.200 casette con moduli abitati provvisori (map). Ma dopo un anno si contano ancora 52.275 abruzzesi “assistiti”, tra il capoluogo e i comuni del “cratere”: in pratica rappresentano la meta’ della popolazione della zona. E se anche qualcuno fa il furbetto della ricostruzione, intascando il contributo per un sistemazione autonoma mentre dorme in albergo, bisogna riconoscere che, con queste cifre, la comunita’ abruzzese e’ ancora disgregata, separata. Provvisoria. Come sono nebulosi i progetti di ricostruzione nel medio e nel lungo periodo. Siamo passati da un’inutile polemica sul dove ricostruire (recuperare il Centro storico o puntare direttamente su L’Aquila2), a uno scambio incrociato di accuse tra il governo e il sindaco di L’Aquila per stabilire chi impedisce di rimuovere i detriti del terremoto. Una polemica ridicola, mentre i cittadini, che piu’ spingono per il ritorno nei loro luoghi e alle loro abitudini, hanno dato vita a una rivolta pacifica con il “popolo delle carriole”. Entrano nel Centro e liberano marciapiedi e strade dai cumuli di macerie. E’ l’Italia fai-da-te, movimentista e autonoma, termometro ribelle di un provvisorio che nel nostro Paese ha sempre la tendenza a trasformarsi in definitivo.
Infine, c’e’ il capitolo della magistratura che non manca mai in qualsiasi storia della vita pubblica. Alle quattro inchieste (ma non se ne poteva aprire solo una?) messe in piedi dalla Procura della Repubblica sul territorio ha fatto seguito la bomba dello scandalo degli appalti nell’orbita della Protezione civile, esplosa tra Firenze e Roma. Le intercettazioni telefoniche, che dalle nostre parti sono gia’ sentenze con condanna morale, hanno scolpito la stupida battuta del faccendiere di turno che sghignazza, durante quella terribile notte del 6 aprile scorso, all’idea degli affari in arrivo con il terremoto. Cinismo e cattivo gusto, sicuramente, anche se i reati sono un’altra cosa e dovremmo tutti non rinunciare all’uso di un corretto alfabeto per le varie fattispecie. E’ il cinismo di un’Italia che fiuta sempre la furbata, che sente di potersela comunque cavare perche’ l’impunita’ e’ la norma, che naviga con bussole e salvagente giusti nella palude nazionale. E’ l’Italia che si guarda allo specchio e si riconosce sempre uguale a se’ stessa, senza mai lo slancio di un attimo di vergogna.