Flying Tiger Copenhagen (spesso chiamato semplicemente “Tiger“) è una catena danese nata a Copenaghen nel 1995, esplosa negli ultimi anni, con 1.100 punti vendita in 44 paesi di tutto il mondo, tra i quali l’Italia che rappresenta, con 126 postazioni, il mercato più importante della catena. Il successo è legato alla quantità di prodotti proposti, oltre 4mila (che vanno dalla cancelleria alla casa, dagli accessori di moda ai prodotti per la cucina, dagli snack agli articoli di viaggio e tempo libero) e dalla possibilità grazie a questa massa critica di fare prezzi abbordabili, con un assortimento di articoli sempre aggiornato e non statico.
Al suo pubblico Tiger si presenta come un’azienda modello in materia di sostenibilità, per la cura e l’attenzione garantite a tutti i dipendenti. Ma poi si scopre che dietro questa etichetta la realtà è molto diversa. I lavoratori accusano i vertici del gruppo di applicare contratti precari (come quelli a chiamata), paghe base basse (spesso attorno ai 900 euro mensili), massiccio ricorso a contratti part-time e turni comunicati con scarso preavviso che costringono a ritmi multitasking e sotto stress.
Anche dal punto di vista della qualità e della sicurezza dei prodotti venduti a mani basse, Tiger è finita spesso nel mirino delle autorità di controllo, e soltanto nel 2026 è stata costretta, a gennaio, a ritirare diversi lotti di bicchieri decorati perché non conformi alle norme Ue in materia di sicurezza alimentare, e a marzo a ritirare alcuni prodotti alimentari (lupini e fiocchi di soia) per motivi di scarsa sicurezza e controlli inefficaci.
Intanto le proteste dei lavoratori Tiger dilagano sui social, e in particolare sulla pagina Facebook e sulla quella di Instagram intitolate “Le tigri di Tiger”, dove i dipendenti raccontano in prima persona episodi di sfruttamento e di moderno schiavismo. Attraverso i social i dipendenti di Tiger sono riusciti a creare una sorta di mini-sindacato, lanciando una piattaforma con le richieste essenziali: adeguamento dei salari, allargamento del monte ore minimo, stabilizzazione dei contratti e la comunicazione anticipata dei turni fissi. Un modello di partecipazione e di lotta sindacale che potrebbe diventare un format per tutte le persone che galleggiano nell’universo della gig economy, l’economia dei “lavoretti”.
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