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Sviluppo sostenibile: un ponte tra Cristianita’ e Islam?

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È tempo di cambiare. Regole, diritti, rispetto e reputazione sono le parole chiave per ripensare il concetto di sviluppo sostenibile. La crisi economica globale ha scosso le fondamenta dell’economia neoclassica, costringendoci a riesaminare le categorie attraverso le quali eravamo abituati a interpretare la realtà sociale. Come diceva Enrico Mattei, senza studiare non si va troppo lontano.

Le grandi tradizioni religiose dell’umanità ci danno preziosi stimoli a questo proposito. Nel 2009, Papa Benedetto XVI ha dato alle stampe la sua enciclica “Caritas in Veritate”. Fermamente collocato nel solco della dottrina sociale della Chiesa, questo testo suggerisce nuove risposte alle drammatiche sfide dei nostri tempi tormentati. Dopo due anni, la necessità di optare per uno sviluppo sostenibile è più urgente che mai, poiché il dispiegarsi della crisi finanziaria ha mostrato i dolorosi effetti delle contraddizioni del sistema capitalistico.

Soluzioni globali per sfide globali

Lo sviluppo sostenibile è una priorità sia per la dottrina sociale della Chiesa sia per l’economia morale dell’Islam. Il dialogo sui temi più importanti del nostro tempo porta a sperare nella possibilità di soluzioni globali per le sfide globali.

Al cuore della dottrina sociale della Chiesa vi è il concetto di sviluppo umano integrale. Lo sviluppo deve essere umano, sfidando gli aspetti disumanizzanti dei nostri sistemi economici. Ma lo sviluppo deve anche essere integrale: deve considerare tutti gli esseri umani, ma anche ciascun essere umano nella sua pienezza.

Così, l’agente del cambiamento non è, in un orizzonte cristiano, lo stato o il mercato, ma la persona. Secondo il filosofo cristiano Jacques Maritain, “la persona è un’unità di una natura spirituale dotata di libertà di scelta, che così forma un’interezza che è indipendente dal mondo, poiché né la natura né lo stato possono invadere questa unità senza permesso”.

Questo concetto di persona può veramente trasformare la nostra idea di sviluppo, spingendoci a sfidare tutte le strutture sociali, economiche e politiche che opprimono e alienano l’umanità. Dopotutto, il mercato è un prodotto storico e umano. Il mercato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il mercato.

Diritti e regole delineano quindi il campo in cui il lavoro umano può svelare la propria natura di “actuspersonae” (azione personale), come Giovanni Paolo II ha affermato nella sua enciclica LaboremExercens. In questo contesto, il rispetto per la dignità della persona umana e del suo lavoro rappresenta la chiave di volta che dovrebbe fondare l’attività economica. Buona reputazione significa, dunque, prendere in considerazione le aspettative e le preoccupazioni degli stakeholder, come i lavoratori e le comunità in cui le imprese operano. La reputazione di un’impresa non dovrebbe essere basata esclusivamente sulla sua aderenza a standard etici; piuttosto, l’intero potere trasformativo della sua attività economica dovrebbe essere orientato al bene comune.

 

 

 

 

Teologia e azione sociale sono i due poli per il cambiamento

Teoria e praxis, teologia e azione sociale sono i due poli, dialetticamente correlati, che rendono possibile il cambiamento. È la verità che rende possibile la carità, stabilendo una relazione viva tra etica ed economia. E questa verità è rappresentata, per i cristiani, dalla presenza di Cristo nella storia.

La stessa verità collega carità e giustizia, e rende il cambiamento possibile tramite la trasformazione dell’individuo. Anche valori come regole, diritti, rispetto e reputazione sono trasformati, quando letti alla luce di uno sviluppo umano integrale.

La dottrina sociale della Chiesa e l’economia morale dell’Islam hanno un importante punto in comune: rifiutano il presupposto secondo cui la natura umana sia guidata solo dal profitto. Anche i pensatori musulmani sono stati scossi dalle conseguenze della crisi economica globale. Anche loro credono che le contraddizioni del capitalismo siano responsabili delle sperequazioni sociali, e che il sistema economico debba essere riformato. Come i pensatori cristiani, i musulmani riconoscono la necessità di uno sviluppo coerente con i valori morali, uno sviluppo che deve coinvolgere la dimensione sociale, economica e morale.

 

Nell’Islam, la vera libertà richiede regole e limiti

La libertà sregolata è vista come sfrenatezza, come una minaccia per la coesione sociale e per la giustizia. Quindi, l’Islam fornisce un orizzonte all’interno del quale la libertà responsabile diviene possibile. Di nuovo, il concetto di libertà responsabile fornisce saldi fondamenti ai concetti di regole e diritti. Le attività economiche islamiche devono, quindi, rispettare non solo le leggi islamiche, ma anche i fondamenti morali dell’Islam. Secondo il grande filosofo musulmano Al Ghazali, il fine della legge islamica è il benessere umano.

Sia il Cristianesimo sia l’Islam sembrano chiedere un cambiamento di paradigma, che metta la persona umana al centro di una riforma del sistema economico. Sia il Cristianesimo sia l’Islam condividono una concezione olistica dello sviluppo sostenibile, che ha importanti conseguenze sociali, economiche e politiche. L’intellettuale musulmano MehmetAsutay ritiene che l’economia islamica abbia il potenziale di promuovere una riforma etica del sistema finanziario, ma per fare ciò deve adottare un approccio di sistema, in termini di economia politica. In altri termini, la riforma del sistema economico deve essere olistica. Lo sviluppo sostenibile diventa possibile quando la persona umana è trasformata dall’interno, quando le stesse persone divengono consapevoli, libere e responsabili agenti del cambiamento.

Sia il Cristianesimo sia l’Islam sembrano dirci che, nonostante il fatto che stiamo vivendo in tempi oscuri, una via d’uscita è possibile. Louis Massignon ha sottolineato quanto il dialogo tra le tre religioni abramitiche possa produrre soluzioni pratiche ai problemi dell’umanità contemporanea: le tradizioni religiose ci mostrano la via verso un nuovo umanesimo.

Il problema, per entrambe le tradizioni religiose, non riguarda il capitalismo in se stesso, ma ogni sistema politico ed economico prodotto dall’uomo che richiede di essere adorato al posto di Dio. In questa luce, lo sviluppo sostenibile non è solo un modo per apportare cambiamenti cosmetici che perpetuano le ingiustizie, ma piuttosto una via per emancipare l’umanità da vecchie e nuove forme di schiavitù.

Daniel Atzori, da www.oil.it