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Sprechi europei: le ambasciate ai tropici per fare i bagni a mare

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In questi giorni si litiga a Bruxelles per la definizione del budget europeo e per decidere come bisogna spendere, al meglio, i soldi dei contribuenti europei. La rissa è assicurata e alla fine verrà fuori il solito compromesso al ribasso. Eppure qualcosa si può fare, e subito, anche per dare un segnale di coerenza con le politiche di austerità applicate in tutti i paesi dell’Unione.

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Uno dei rubinetti più evidenti di spreco dei soldi pubblici (europei) è rappresentato dalla mappa delle 140 ambasciate ue sparse in giro per il mondo, con una preferenza per i paesi dal clima tropicale. Barbados, Mauritius, Papua Nuova Guinea, isole Fiji. L’ambasciata nelle isole Fiji, per esempio, costa ogni anno 3,2 milioni di euro, ha 34 dipendenti, compresi cuochi e autisti. Per fare che cosa? Praticamente nulla, se non dei meravigliosi bagni di mare <in uno dei luoghi più belli e incontaminati del mondo>.

Altro non c’è da fare in isole dove si contano comunità di abitanti con meno di 50 persone. Nelle pieghe del servizio diplomatico, con migliaia di dipendenti, ci sono poi altre voci di spesa paradossali: 1 milione e 217 mila euro l’anno per rinfreschi e cibo, 438mila euro per i contatti sociali dei membri dello staff, 8 milioni di euro per le missioni di Catherine Ashton, il fantomatico ministro degli esteri dell’Unione europea.

Prima di chiedere nuovi contributi ai vari paesi, si può dare un colpo di forbice alla diplomazia tropicale dell’Unione europea?

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