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Roma, discariche chiuse per protesta

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di Fabio Carosi

Il “penultimatum” inviato lo scorso 12 febbraio non ha avuto alcuna risposta; giovedì scorso la comunicazione con la quale la Federlazio ha consegnato stavolta l’ultimatum: o i Comuni provvedonoa saldare 250 milioni di euro di debiti e la Regione Lazio ad aggiornare le tariffe per il conferimento dei rifiuti, oppure scatterà inevitabile la serrata.

E la protesta per chiudere Malagrotta, Albano, Viterbo, Latina, Bracciano e agli altri impianti di smaltimento nei quali sversano i cittadini del Lazio è pronta: all’alba di lunedì 9 maggio i camion della “monnezza” troveranno i cancelli delle discariche chiusi e gli operai all’interno con le braccia incrociate. E i camion dovranno fare retromarcia. Da quel momento saranno guai.

Per il Lazio e in particolare Roma è emergenza annunciata. Due le criticità che aspettano sindaci e presidente della Regione: intanto il giorno prescelto per una manifestazione unitaria che non ha precedenti, il lunedì, quando cioé le aziende per la raccolta trasportano le montagne di rifiuti raccolte nei week end e poi il peso politico dell’iniziativa che a pochi giorni dalle elezioni amministrative in 111 comuni, rischia di generare un’emergenza simile a quella di Napoli e di condizionare pesantemente la campagna elettorale e i risultati.

Roma e il Lazio come Napoli e l’hinterland? La domanda se l’è posta anche il presidente della Federlazio, Maurizio Flammini, il quale però ha preso atto del fronte comune degli associati del settore Ambiente che, prima hanno organizzato un convegno per sensibilizzare le istituzioni, e poi hanno atteso. Di fronte al silenzio della Regione Lazio, Flammini giovedì scorso è stato costretto a prendere carta e penna e a scrivere alla governatrice Polverini una lettera “dolente” per chiedere, “un’intervento immediato” poiché non più in grado di contenere le richieste degli associati. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, Flammini avrebbe fatto anche di più: cosciente delle determinazione dei gestori e del peso politico e sociale dell’iniziativa, ha cercato più volte al telefono la Polverini senza però ricevere risposta. E così la lettera è partita. Destinazione: via Rosa Raimondi Garibaldi. Oggetto: protesta gestori discariche.

Ma perché gli associati Federlazio sono arrivati ad organizzare un’azione che rischia di mettere in ginocchio Roma e la sua Regione che producono 3 milioni e 385 mila tonnellate l’anno di rifiuti solidi urbani (2 milioni e 600 mila dei quali solo di Roma), pari al 10 per cento dell’intera produzione nazionale di “monnezza”? I nodi al pettine sono due: da una parte i gestori vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione, e quindi delle società per azioni pubbliche che effettuano la raccolta, per 250 milioni di euro, poi la necessità di adeguare le tariffe per il conferimento in discarica, bloccate ancora al momento in cui sono state concesse le autorizzazioni regionali e “vittime” dell’introduzione dell’euro che ha dimezzato di fatti gli introiti. Da aggiungere che i costi di smaltimento in discarica nel Lazio sono mediamente inferiori del 25 per cento alla media italiana.

Tariffe dunque inchiodate mediamente a 10 anni fa e dall’altra parte l’aumento vertiginoso dei costi operativi (dipendenti, macchinari, energia elettrica e combustibile), insieme ad un silenzio assordante della Regione, hanno convinto i gestori alla serrata. In gioco hanno deto in coro al presidente Flammini non ci sono più gli utili, ma oltre 2000 posti di lavoro compreso l’indotto e la sopravvivenza dell’intero settore costretto a ricorrere al sistema bancario per sopperire ai mancati pagamenti della pubblica amministrazione. Per non parlare poi degli investimenti per l’ammodernamento degli impianti: praticamente bloccati.