Rifiuti, rivolta a Chiaia: "Stufi di questo schifo" | Non Sprecare
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Rifiuti, rivolta a Chiaia: “Stufi di questo schifo”

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Un vicoletto di Chiaia trasformato in discarica, ridotto a letamaio da paese sottosviluppato, può diventare il simbolo della nuova ineluttabile emergenza che sta precipitando su città e provincia, al ritmo di 10 mila tonnellate già a terra.

A sera, in vico Ischitella, sulle centinaia di sacchetti abbandonati, schiacciati dal traffico di giornata fino a diventare poltiglia, si leva infatti la rabbia di cittadini e negozianti. Bloccano la viabilità, parcheggiano le auto di traverso, gridano: "Basta con questo schifo". Avviene mentre tre impianti Stir sono al collasso, la discarica di Chiaiano rischia la saturazione e la coda di camion in coda agli impianti dura una notte intera. Ci risiamo, "ma stavolta sarà peggio", si passano la voce gli autisti dei camion fantasma, i Caronte di quell’immondizia che da tre giorni è tornata a vagare per la regione – da Caivano a Tufino, da Napoli a Santa Maria Capua Vetere – in attesa di pietosa sepoltura.

La città di Napoli già mostra i segni di 2mila tonnellate di arretrato: dalla Riviera di Chiaia, dove la rabbia manda in tilt il traffico serale, al corso Vittorio Emanuele; da via Chiatamone a via Foria. Nel sistema incompleto, a rischio costante di corto circuito com’è noto, Napoli continua a patire la mancanza dei siti in cui sversare. Così il rosario dei 60 autocompattatori della città, in coda agli stabilimenti ormai al collasso di Giugliano o Tufino, per i soliti 1500 euro di spesa al giorno, è destinato ad allungarsi. Con l’aggravante che mancano le prospettive.

Anche l’impianto di Caivano non è utilizzabile, chiuso a tempo indeterminato, salvo la limitata accoglienza dei rifiuti del paese. Palazzo San Giacomo tenta di correre ai ripari individuando due siti di stoccaggio provvisorio, uno nella zona orientale e l’altro ad ovest. "Dobbiamo completare l’iter e quindi chiedere l’autorizzazione alla Regione, ma siamo quasi pronti, il problema è che si naviga al buio e non sappiamo davvero quale potrà essere una soluzione a medio termine", riflette l’assessore Paolo Giacomelli. Nessuna polemica, stavolta, ma una preoccupazione originata dalla assoluta mancanza di prospettive, in carico alla Provincia di Napoli e alla Regione.

Non a caso tornano le cosiddette "stazioni di trasferenza" dei comuni: il limbo dell’immondizia che si accatasta in attesa di giorni migliori, la montagna di sacchetti che non si sa dove né quando sarà sistemata. Un’idea tampone dei tempi bui, che riporta indietro le lancette di quasi tre anni, e tuttavia inevitabile se non si ha altro. Anche la discarica di Chiaiano è ridotta al lumicino, con capacità di accoglienza sensibilmente decurtata (dalle tradizionali 600-700 tonnellate al giorno si è passati alle 250 degli ultimi giorni). Né è ipotizzabile immaginare che, in assenza di un ciclo integrato, in mancanza di impianti di compostaggio e di stabilimenti di trattamento adeguati, basterebbe un innalzamento della raccolta differenziata a Napoli – su cui il Comune promette di intervenire, allargando a marzo a tutta l’area di Scampia – per ribaltare il corso delle cose.
Anche la provincia torna a sprofondare nell’immondizia. Prove tecniche dell’annunciato disastro, quello di primavera. Nei territori dell’hinterland, l’arretrato ha già raggiunto quota 8mila tonnellate. A Melito, i banchi della vergogna misurano chilometri. Anche a Quarto e nell’area flegrea alcuni rioni sono già ostaggio della viabilità "obbligata", quella tracciata dalla mappa dei cumuli da evitare. Analoga sofferenza nel nolano o nella zona vesuviana. Difficile nascondere, alla luce dei fatti, che l’accordo di Capodanno si è rivelato un bluff. O solo il legittimo tentativo di ripulire Napoli alla vigilia dell’ultimo ponte turistico dell’Epifania (compresa la visita in città del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano).
Fatto sta che, trentacinque giorni dopo, la dichiarazione di impegni firmata il 4 gennaio a Palazzo Chigi alla presenza del sottosegretario Gianni Letta, del governatore Caldoro, del presidente Cesaro, degli altri vertici delle Province campane, e del sindaco Iervolino, è carta straccia. Zero discariche mentre siamo alle porte della saturazione di Chiaiano, zero progressi per i termovalorizzatori, zero idee sui commissari da nominare per la definizione delle discariche, così come prevede la legge. Anche perché non è previsto compenso per questi ultimi, e non si intravedono commissari-missionari sulla via lastricata di resistenze e guerriglie.

Eppure, al primo punto, quell’accordo romano recitava: "Individuazione e realizzazione di una discarica nella provincia di Napoli per almeno un milione di tonnellate e problemi connessi". Risultato? Non una proposta concreta, neanche una fondata opzione. Anzi: il trionfo del paradosso sta proprio nella sequenza cronologica. Basta seguire due date. Il 25 gennaio il governo trasforma in legge dello Stato quel decreto rifiuti che, cancellando le tre discariche precedentemente scelte (Cava Vitiello, Terzigno; Andretta, in Irpinia; Serre, a Salerno) sancisce il principio che in Campania non c’è emergenza. Eppure, tre settimane prima, è proprio Palazzo Chigi a vergare una disposizione di immediata individuazione di uno sversatoio a sei zeri di metri cubi. A Roma, il governo appare assorbito da altro.

"L’ennesima emergenza rifiuti, che potrebbe essere la più drammatica, sembra non toccare più di tanto i vertici del Pdl in Campania", denunciano i Verdi, con Francesco Borrelli e Carlo Ceparano. E aggiungono: "La Sapna, l’ennesima società sui rifiuti voluta dall’attuale presidente Cesaro, ha prodotto per ora solo 800mila euro di consulenti e altre spese accessorie e l’aumento del 10 per cento della tassa sui rifiuti, la Tarsu. Mentre Napoli e la sua provincia, in particolare Pozzuoli, Quarto, Melito, Giugliano, Casandrino, Marano e Mugnano sono travolti, Cesaro è a Roma a svolgere il suo triplo incarico di parlamentare, presidente della Provincia e coordinatore del Pdl".
 

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