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Non chiamatele liberalizzazioni, ma lampi di una societa’ aperta: cosi’ il governo Monti tenta di cambiare l’Italia. Con qualche rischio…

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Quale Italia vedremo se le scosse del goverrno Monti, in materia di liberalizzazioni, dovessero veramente produrre dei risultati sul sistema Paese? E cambieranno alcuni punti cardinali di una società diventata già da alcuni decenni molto corporativa e poco disposta a occuparsi degli interessi generali? Sicuramente l’onda d’urto del cambiamento é molto forte, anche perché in questo clima di emergenza si gioca a campo libero: i partiti sono nell’angolo, in attesa di riorganizzarsi, e dunque un governo anomalo ed a scadenza ha più margini per rischiare al tavolo della modernizzazione. E poi, guardando da vicino le scosse, più che di liberalizzazioni dobbiamo parlare di aperture di mercati, professioni, servizi, asfittici e frammentati sul piano della rappresentanza. Aumentare il numero dei notai, eliminare le tariffe minime, rendere più competitivo il servizio dei taxi, allargare la platea dei farmacisti, scardinare le strozzature dei benzinai, allungare l’orario dei lavoratori nel settore finanziario: sono tutte mosse che, sommate, possono produrre risultati utili allo scatto in avanti del sistema Italia, alla sua crescita. Possono cioé dare lavoro ai giovani, laddove l’Istat ci ha appena segnalato una disoccupazione quasi al 28 per cento (rispetto a una media europea del 21 per cento); abbassare, a vantaggio di tutti i cittadini, i costi delle prestazioni laddove sono irragionevoli perché protetti dalle barriere corporative; alimentare una sana concorrenza e nuove opportunità. Possono cioé aprire una società chiusa, con un ascensore sociale da tempo bloccato, come ci segnala il drammatico dato di circa 50mila ragazzi che vanno a studiare all’estero per  non tornare in Italia. Certo: non dobbiamo nascondere anche alcuni rischi che si accompagnano e vanno di pari passo con il cambiamento. Le prestazioni dei notai, per restare a questo piccolo microcosmo di professionisti, potrebbero perdere di qualità a danno degli stessi clienti, come intere categorie potrebbero, nel breve periodo, ritrovarsi più povere, in termini di ricavi, e quindi declassate sul piano sociale. Non bisogna mai dimenticare, a questo proposito, che l’universo delle professioni in Italia vale circa il 13 per cento del Pil (introiti in nero a parte) e dunque si tratta di un asse portante dell’economia nazionale che non può essere banalmente liquidato come il "regno delle corporazioni" grette e improduttive. E ancora, se é vero che bisogna piegare le lobbies, spesso splalmate come tante micro tribù in migliaia di sindacati e associazioni, oppure nascoste nelle ombre di grandi gruppi industriali e finanziari, é anche vero che la battaglia contro le caste non può scivolare nel qualunquismo e nella demagogia. La rappresentanza, una buona, trasparente, forte e non frammentata rapprsentanza, non solo é un diritto di tutti, a partire dai tassisti e dai farmacisti, ma é anche una garanzia di coesione sociale e di tenuta del Paese nel suo complesso. Che cosa succederebbe, per esempio, se eliminassimo con un colpo solo organismi che negoziano, a nome di migliaia e migliaia di iscritti, il presente e il futuro di intere categorie? Più che le scosse del cambiamento ci sarebbe il terremoto dell’anarchia e dello scontro sociale quotidiano, e dunque dell’ingovernabilità del sistema Italia. Ecco, dunque, all’orizzonte di un processo che non sarà né breve né lineare, un’Italia in movimento, sospesa tra le opportunità e i rischi che accompagnano sempre processi così tumultuosi. La differenza, al bivio delle due ipotesi, non la farà solo la capacità del governo Monti di essere coerente con le sue ambizioni e con le sue annunciate aspettative, senza disperdersi nei giochi di interdizione e nel vuoto dell’incertezza. Quello che conterà, per trasformare le scosse in un nuovo e più dinamico equilibrio sociale, sarà innanzitutto il ritorno in campo della politica, chiamata a esercitare a pieno titolo il suo primato. Sì, la politica intesa anche come partiti organizzati e aperti, in competizione, non corporativi e castali, come la società a cui dobbiamo puntare, e partiti che affrontino le tante emergenze, purtroppo sempre all’ordine del giorno, con la capacità però di dare un orizzonte di lungo periodo alla loro azione, disegnando il futuro di un Paese che da lunghi anni, troppi anni, ha bisogno di una vera ed equa modernizzazione.