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Mogli di qualcuno: è maritocrazia?

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Esiste nel nostro Paese una certa tendenza alla maritocrazia?

E’ vero che alcune di noi prendono la scorciatoia e si fanno piazzare nei posti che contano in quanto mogli di Qualcuno?

La provocazione (e il felice neologismo) arriva da una lettrice del Supplemento Singolo che si firma “eppaziaevviva” e che ci porta alcuni esempi:

“La cattiva abitudine – afferma – è talmente radicata nella società e nel linguaggio che, per esempio, l’attuale sindachessa milanese, Letizia Moratti, porta il cognome di suo marito e non il suo (Brichetto Arnaboldi, ndr) e persino la sottosegretaria Santanchè (al secolo Daniela Garnero, ndr) porta quello del suo primo marito” anche se il matrimonio in questione, aggiungiamo noi, è stato annullato dalla Sacra Rota oltre che agli effetti civili.

Eppure le due signore di strada ne hanno fatta con le proprie gambe da quando potevano ritenere utile usare il più noto cognome del coniuge. E allora perché insistere?

 

“Eppaziaevviva” ci suggerisce una chiave di lettura:

Resto convinta – osserva – che fino a quando ai vertici della nostra società ci saranno solo uomini, queste abitudini, diciamo, non cambieranno. E la nostra società civile rimarrà in uno stato di pericolosa arretratezza.

Sarà, ma il problema, per una volta, non sono gli uomini, che qui si fanno strumento, o almeno non sono soltanto loro. Usare o meno la posizione del marito per trovare un “posto al sole” spesso nasconde una mancanza di capacità proprie cui si vuole porre rimedio con furbizia. Ricorrervi è segno di pochezza che gli uomini possono o meno assecondare. Del resto lo fanno con le amanti, perché non concederlo anche alle legittime consorti?

L’utilizzo del cognome del marito poi, è qualcosa di diverso. Conosco molte donne brave e capaci, diventate compagne di uomini importanti, che si farebbero tagliare la lingua pur di non pronunciare il cognome del marito come un passepartout. Eppure concederselo, anche solo per avere un tavolo migliore al ristorante o per saltare una fila, renderebbe la loro vita più semplice.

E’ una questione di scelta e di onore. Di noi donne.