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L’orto planetario a Milano, un progetto da esportare

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Non sentivamo da tempo parole appassionate come quelle con cui Stefano Boeri, l’archi-assessore, ha difeso il percorso concettuale e i risvolti politici che definiscono la visione del progetto vincente dell’EXPO milanese. I protagonisti della nuova stagione politica dopo l’ennesimo esame parigino, dovranno convincere i”numerosi sostenitori apparenti” e qualche scettico in servizio permanente che l’investimento in innovazione progettuale e lo slancio emozionale possono produrre ricchezza ma soprattutto modelli da esportare nel mondo.

In effetti nei due progetti quello originario anti-architettonico ed eco-visionario e quello più cauto e predisposto alla mediazione parco-costruito c’è una cesura filosofica. Sono principi estetici poco conciliabili che determinano le linee etiche e politiche contrastanti, anche in funzione dei costi complessivi dell’area e dell’operazione. Gli architetti hanno scelto il disegno di un’etica solidale capace di creare scenari di profonda bellezza, e la politica è costretta a fare i conti con due strade da percorrere: quella della ricerca, dell’azzardo, della pericolosità delle scelte radicali di cambiamento, e la tranquillità ordinaria, semplice, esteticamente prevedibile.

Tutto questo in assenza di certezze sullo sviluppo dei processi progettuali: quali concorsi e in quali forme verranno affidati gli incarichi qualitativi sui differenti interventi? Nessuno ad oggi ha risposto, e questo sarà argomento ulteriore di frattura tra chi vede nella semplificazione dell’appalto integrato la scorciatoia per eliminare le pastoie intellettuali del concorso di progettazione. Come sempre la prima scelta ci porrebbe al centro di una novità culturale internazionale, dove alla qualità dell’intervento architettonico potrebbe essere privilegiata la capacità dell’impresa di costruire al massimo ribasso.

Anche queste sono scelte fondamentali da compiere che non possono cadere nell’inganno dell’emergenza, o nella provinciale difesa di privilegi e rendite di posizione.Tutti dicono che l’Expo deve essere un must, una grande risorsa da coniugare con un’idea originale che abbiamo di città, di sviluppo e di salvaguardia ambientale, questo metodo non deve essere rovesciato nel piatto del mero profitto perché pur determinando un possibile successo materiale ne svuoterebbe il tentativo, fatto dagli artefici del piano urbanistico (e non dimenticherei lo straordinario contributo dello studio Herzog & de Meuron), di renderlo originale e unico, e non l’impossibile risposta volumetrica alle architetture di Shanghai.

L’orto planetario non può essere scambiato per la rinuncia ad una nostra concezione di progresso,ma al contrario esprime il contributo che Milano deve dare al nutrimento (agroalimentare,culturale e sociale) del pianeta. La città è fatta anche di anticittà, cioè di quelle parti urbane non progettate che diventano “luoghi ad alta densità” d’utilizzo e in questo dialogo misterioso tra “costruito progettato” e marginalità spontanee, tra città e campagna che si plasma il tracciato della contemporaneità. Capire e difendere il nostro orto planetario è il modo migliore per diventare cittadini del mondo, dove meno architettura non significa minore capacità progettuale, senza pregiudizi e senza paure.