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L’oro verde dei contadini

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Cappuccetto rosso, adesso, si perderebbe davvero nel bosco. Altro che fragole, castagne, funghi e qualche lupo… Oggi la foresta è diventata un serbatoio di aria buona (da vendere, con tanto di certificato), una specie di supermercato del legno dove si entra e si sceglie quello pronto per la motosega.

La foresta oggi è una fortezza che ripara le abitazioni dell´uomo dall´inquinamento, una piana dove crescono pioppi e ontani ma che serve soprattutto ad accogliere le acque che minacciano di spaccare gli argini dei fiumi … Il bosco, adesso, è anche business. «Si può guadagnare di più piantando alberi – dice Giustino Mezzalira, direttore della sezione ricerca dell´azienda regionale Veneto Agricoltura – che seminando mais. E tutto questo nell´interesse della comunità».
 
Le terre vicentine e padovane sono ancora bagnate dall´ultima alluvione. «Fino ad oggi il bosco è sempre stato un investimento povero su terreni poveri. Ora le cose stanno cambiando. Gli ultimi allagamenti hanno dimostrato che così non si può andare avanti. Anche in pianura c´è bisogno di aree in cui deviare le acque dei fiumi in piena. Per queste alluvioni programmate servono terreni vicini ai fiumi, e su queste terre non puoi certi impiantare vigneti o serre. Metti un bosco, che resiste ad ogni piena. Conti alla mano, ci guadagnano sia il contadino che la comunità». Non è solo un´idea, quella di Veneto Agricoltura. «Nel 2007 – dice Giustino Mezzalira – c´è stata l´alluvione di Mestre, con 30 o 40 milioni di danni. Il Consorzio di bonifica di questa città, applicando la legge 12 del 2009, adesso sta organizzando aree per l´alluvionamento programmato e già ci sono i primi contributi. Un coltivatore che semini mais guadagna circa 400 euro all´anno per ettaro, più i contributi Pac di 350. Il Consorzio offre 1.000 euro all´anno e – poiché anche il bosco è una coltivazione – continuano ad arrivare i contributi Pac. In pratica, chi accetta, riceve 1.350 euro contro i 750 di prima, e guadagnerà anche vendendo il legno. Certo, più che coltivatore, chi gestisce questi terreni diventa un operatore ecologico, al servizio della sicurezza idraulica. Sarebbero bastati poco più di 100 ettari di questi terreni allagabili, per evitare l´alluvione di Vicenza. Sarebbero stati risparmiati centinaia di milioni di danni».
 
Il bosco è anche barriera contro l´inquinamento. «Stiamo realizzando un progetto pilota al Passante di Mestre. Per un chilometro, dopo aver costruito un terrapieno di 3 o 4 metri, metteremo una fascia arborea di 40 metri di larghezza. Ma si prevede di mettere questa fascia, che blocca rumore e particolato, per tutto il Passante, sia a destra che a sinistra, per un totale di 70 chilometri. I costi? Basterà un centesimo per ogni passaggio di auto o camion per avere a disposizione 1.000 euro all´ettaro da consegnare ai coltivatori che danno alla comunità una fetta del loro terreno».
 
Il bosco-supermercato è a Viadana di Mantova. Ha un nome da astronave: Pmmp, impianto «Policiclico misto, multiobiettivo, permanente». Si piantano assieme pioppi, farnie, carpini, ontani, viburni, frangole che arrivano a maturazione in tempi diversi. Si entra nel bosco per tagliare le piante mature che servono, e solo quelle, così non ci sarà il «deserto» che si incontra vicino al Po quando viene tagliato un pioppeto. Il mantovano è la terra dove più che altrove i coltivatori stanno scoprendo il business del bosco. «Con i contributi della Misura 221 del Piano di sviluppo rurale, con fondi europei e della Regione – racconta Giorgio Rebuschi, assessore all´ambiente della Provincia – chi decide di impiantare un bosco permanente riceve 4500 euro per ettaro nel momento in cui inizia, poi 500 euro all´anno per cinque anni per la manutenzione e 700 euro per 15 anni per mancato reddito. Cifre inferiori, ma non di molto, per chi prepara un bosco per arboricoltura a ciclo medio lungo. Secondo l´autorità di bacino del Po, dal 1954 ad oggi, il grande fiume ha perso 10.000 ettari di boschi, langhe e altre aree naturali. Se vogliamo salvare il Po, dobbiamo proteggerlo con milioni di alberi».
 
Per ritrovare la foresta di Cappuccetto rosso bisogna salire a Predazzo, in val di Fiemme. «Qui il bosco è ancora un business – dice Pietro Nervi, docente di economia delle proprietà collettive a Trento – perché non solo produce legno e funghi ma è il perno su cui poggia tutta l´offerta turistica. Qui i boschi producono bellezza e sono salvi perché sono quasi tutti di proprietà collettiva e sono gestiti da secoli dalla Regola di Predazzo e dalla Magnifica comunità di Fiemme. Per guidare un bosco, ci vuole un amministratore unico del "condominio forestale". E per contare davvero, deve poter decidere su un condominio di 5 – 10.000 ettari di bosco».