Logo Made Green in Italy: un inutile e costoso inganno per i consumatori

Rilasciato dal ministero dell'Ambiente serve solo a giustificare prezzi al consumo più alti, nel nome della (falsa) sostenibilità. E crea molta confusione

Certificazione Made green Italy EV
Ci mancava soltanto il logo di prodotto Sostenibile da applicare come un’etichetta su una serie di prodotti (alcuni insostenibili per definizione) per dare un’altra stangata ai consumatori sotto il segno dell’uso improprio e falso della parola sostenibilità. Il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica rilascia, a caro prezzo, e dopo un lungo e burocratico processo, un logo, che corrisponde a una certificazione, intitolato Made Green in Italy. In pratica è una sorta di timbro con il quale si certifica, allo stesso tempo, che il prodotto è realizzato in Italia e ha le caratteristiche di un articolo green, ovvero sostenibile.
Premesso che nessuno ha capito bene a che cosa dovrebbe servire questo logo, quando già oggi, leggendo bene l’etichetta, il consumatore è in grado di avere tutte le informazioni che desidera, comprese quella di natura “ambientale”, i dubbi sugli effetti di questa geniale idea si sono nel tempo moltiplicati, come fanno notare in coro diverse associazioni ambientaliste.
Legambiente, per esempio, fa presente che la commistione tra prodotto made in Italy e prodotto green genera molta confusione e alimenta possibili inganni commerciali. Tanto più che lo stesso ministero avverte che la stessa componente made in Italy si può riferire anche a prodotti che non lo sono al 100%. Che significa questo? Semplice: facciamo fare i nostri vestiti e accessori del lusso in paesi asiatici e africani, poi l’ultima fase della lavorazione con il controllo qualità la completiamo in Italia, e a quel punto piazziamo il logo Made Green in Italy, in virtù del quale spariamo una bella cifra come costo per il consumatore.
In proposito, la pratica per afferrare al volo l’occasione di una campagna di marketing sotto la stella della (falsa) sostenibilità non è certo economica. Come ordine di grandezza,  per una PMI con un prodotto già ben tracciato, il percorso potrebbe costare indicativamente da qualche migliaio a oltre 10.000–20.000 euro, costi che evidentemente l’azienda poi scarica sul consumatore, alzano il prezzo del prodotto diventano green.
Un secondo filone di obiezioni riguarda i prodotti che possono ambire al logo. Qui si è usata, con molta spregiudicatezza, la leva della fantasia, mettendo insieme carciofi e pere, come si dice in gergo. Il risultato è che nello stesso elenco di prodotti potenzialmente Made Green in Italy ci sono il prosciutto e i tubi in polietilene, il lavaggio degli abiti ospedalieri e i formaggi, acque potabili e gas. E non potevano mancare i famosi shopper che paghiamo alla cassa dei supermercati quando facciamo la spesa, un’altra stangata sui consumatori nel nome della sostenibilità.
A questo punto è evidente che il logo Made Green in Italy non risponde né alle esigenze dei consumatori né a scelte più favorevoli per l’ambiente.
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