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L’esercito? Paghiamo 50mila euro al minuto per case di lusso e Maserati

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In tempo di crisi sono in tanti a ragionare di tagli. Perché, a fronte di chi va a rischiare la vita su scenari di guerra delicati con un’indennità di rischio che nella migliore delle ipotesi può solo raddoppiare lo stipendio, c’è un contingente di retroguardia che è diventato una fabbrica di illusioni. Abolita la leva obbligatoria, nelle forze armate hanno fatto ingresso volontari che restano in servizio da uno a quattro anni, al termine dei quali dovrebbero rimanere nei ranghi o passare ad altri corpi con una corsia preferenziale. Nonostante i cospicui investimenti sulla loro formazione, il 75 per cento rimane fuori e lo Stato deve procedere a nuovi reclutamenti. Per fortuna, dicono gli esperti, non c’è una crisi di vocazione, soprattutto al Sud dove è forte la fame di lavoro. Al punto da determinare, ad esempio, una mutazione genetica del corpo degli alpini, che fino a qualche anno fa era composto quasi esclusivamente da “padani” e che oggi per il 70 per cento è costituito da meridionali. Curiosità che può far sorridere. Ma un fatto è certo: la vita da caserma tira ancora. Come dimostrano i dati del 2009: 16.300 posti a concorso per la ferma annuale, 70.444 domande. E per i 5.992 posti di ferma quadriennale, i concorrenti furono 24.339. Voci in netta controtendenza rispetto agli anni precedenti. Con questi numeri, si sentiva l’esigenza di una costosa campagna di avvicinamento all’esercito?

La mini naja. Eppure il governo, l’anno scorso, ha deciso di varare la mini-naja: inizialmente un progetto che prevedeva solo tre settimane di campus addestrativo riservato a 1.500 giovanissimi. Ma nel 2011 sono stati pubblicati già tre bandi da 2.500 posti. L’iniziativa ha avuto successo e andava incentivata, ha detto orgoglioso La Russa. Ma c’è chi sospetta che dietro l’operazione ci siano soprattutto motivi promozionali. È l’interrogativo sollevato dai Verdi ma anche dal sindacato autonomo di polizia Sap, che puntano l’indice su una spesa da 19,8 milioni di euro nel triennio 2010-2012. L’austerity avrebbe forse dovvuto consigliare una destinazione diversa dei fondi. Soprattutto in un paese che, specialmente ai vertici della sua struttura militare, continua ad avere un’organizzazione ponderosa, nonostante le recenti riforme. La fondazione Icsa, di cui è presidente Marco Minniti, nell’ultimo rapporto annuale firmato da Andrea Nativi si spinge oltre confini poco esplorati sinora. E attacca la proliferazione degli organismi di comando: oggi, scrive, "ci sono di fatto cinque stati maggiori, senza contare l’enorme staff del ministro la cui organizzazione è stata oggetto di una recente riforma che tutto ha fatto tranne ridurne la consistenza a livelli di sobrietà che sarebbero indispensabili. Occorre rivedere compiti, responsabilità e piani organici. Intervenire non con le forbici ma con la mannaia". Ma quali sono le sacche di privilegio che resistono nelle alte gerarchie militari?

Stellette d’oro. Fra gli ufficiali di rango elevato il turn-over è praticamente inesistente, con una progressione di carriera garantita dall’anzianità più che dal merito e con benefit inattaccabili: come gli alloggi riservati, fino a 600 metri quadrati di superficie, per 44 fra generali e ammiragli che possono beneficiare di servizio all-inclusive, comprensivo di battitura di tappeti e lucidatura dell’argenteria. Lo Stato, in pratica, paga pure la colf. Spesa: tre milioni e mezzo l’anno. Per sei di loro pure un’indennità speciale da 409mila euro dopo il pensionamento. Un beneficio, quest’ultimo, che spetta al capo di stato maggiore della difesa, ai tre capi di stato maggiore delle forze armate, al segretario generale della difesa e al comandante generale dell’arma dei carabinieri. Lo Stato si garantisce inoltre la possibilità di una chiamata in servizio di ufficiali e sottufficiali fino a cinque anni dopo il pensionamento. Un’opzione retribuita con regolare compenso, a prescindere dall’effettivo impiego dei beneficiari. E l’eventuale apporto ausiliario – evidentemente non tanto eventuale – costa 326 milioni di euro. Senza considerare che molti degli ufficiali di punta in congedo transitano poi negli enti statali che si occupano di armamenti: da Finmeccanica all’Augusta, dalla Selex all’Oto Melara. C’è un’oligarchia militare tuttora ossequiata e ben remunerata. Che viaggia anche comoda. Sfidando il periodo di ristrettezze, la Difesa si è recentemente dotata di 19 Maserati blindate da 100mila euro (l’una). Costose sì, ma secondo i vertici del ministero "sempre meno delle Audi 6 che erano prima in dotazione". E poi, ha sottolineato La Russa, "si tratta pur sempre di macchine italiane…".

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