Questo sito contribuisce all'audience di

Le zavorre che puniscono l’Italia

di Posted on
Condivisioni

 

di Francesco Caselli

Per produrre beni e servizi le imprese impiegano lavoro e capitale (fabbriche, uffici, macchinari). Da lungo tempo gli economisti hanno notato che le stesse quantità di lavoro e capitale generano diverse quantità di prodotto in diversi Paesi.

In altre parole certi Paesi sono più efficienti di altri nell’utilizzare i fattori produttivi a loro disposizione.
Capire perché questo avviene è cruciale. Se i Paesi meno efficienti potessero colmare il divario di produttività con i concorrenti, aumenterebbe il tenore di vita (via aumento dei salari e remunerazione del capitale), sia perché le imprese avrebbero più risorse disponibili dai ricavi sugli investimenti esistenti, sia perché la maggior produttività incoraggerebbe ulteriori investimenti, il che a sua volta aumenterebbe la domanda di lavoro, e quindi i salari e l’occupazione.


John Van Reenen del Centre for economic performance ha recentemente dimostrato che la produttività dipende in misura considerevole dalla qualità delle pratiche di gestione adottate dai dirigenti d’azienda. Come in tutte le attività professionali la gestione d’azienda richiede una formazione specifica (universitaria e, sempre più, post-universitaria) e una continua attenzione a tenersi aggiornati sulle pratiche di frontiera. Laddove i dirigenti applicano sistemi gestionali di frontiera la produttività è alta. Dove i manager si improvvisano e vanno a naso la produttività è bassa. Van Reenen e i suoi collaboratori hanno intervistato un grande numero di manager in 21 nazioni, e hanno classificato i Paesi a seconda della misura media in cui i manager si dimostrano consapevoli e utilizzano le pratiche raccomandate dalla moderna scienza di gestione aziendale. Il Paese a gestione più "scientifica" sono gli Stati Uniti, che non a caso guida solitamente anche le classifiche di produttività. Seguono Giappone, Germania, Svezia, Canada e Regno Unito. L’Italia è settima, grosso modo alla pari con la Francia.
È naturale chiedersi perché i manager italiani siano meno consapevoli delle migliori tecniche gestionali rispetto a quelli americani e tedeschi, o meno disposti ad usarle. Perché abbiamo meno manager che sono andati alle business school? Investire nella propria formazione è costoso e richiede sacrifici significativi. Ha senso farlo quando il mercato per il talento manageriale è competitivo e meritocratico. Se le imprese assumono i migliori e un nuovo assunto sa che se produce risultati può arrivare al vertice, l’investimento formativo e lo sforzo per mettere in pratica le lezioni apprese pagano. Se le imprese assegnano responsabilità manageriali sulla base dei rapporti di parentela, e chi non è membro della famiglia sa che dovrà comunque sempre rispondere a un figlio o nipote del fondatore, anche se molto meno bravo, gli incentivi a crearsi una forte base professionale sono molto inferiori. Ci sono poi altri fattori. Le imprese italiane sono piccole, in parte perché le famiglie che le controllano non vogliono perdere potere allargando il capitale ad altri investitori.


Investire in conoscenze manageriali non paga quando queste conoscenze nel migliore dei casi verranno usate per gestire un centinaio di lavoratori. Molte imprese italiane operano in mercati dove la cooperazione (se non la collusione) domina sulla competizione. Come non è razionale investire in conoscenze quando non si compete per fare carriera all’interno dell’azienda, così non lo è quando c’è poca competizione esterna.

Infine, ma non meno importante, c’è il problema delle relazioni industriali. La più importante area delle scienze di direzione d’impresa è la gestione delle risorse umane. Ma per mettere in atto pratiche di lavoro all’avanguardia è indispensabile ottenere la collaborazione, se non l’entusiasmo, dei lavoratori e dei loro rappresentanti. In Paesi, come l’Italia, in cui le relazione industriali sono altamente regolate e litigiose, è meno utile essere dei bravi manager, e quindi meno persone faranno lo sforzo di diventarlo. Ci perdono tutti: lavoratori e management.