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Il tempo, bene da difendere dopo i ritmi lenti di agosto

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In agosto il tempo sembra scorrere piu’ lentamente: molti sono in vacanza e chi lavora tende a farlo con ritmi meno serrati. Nel resto dell’anno, invece, ci sentiamo quasi sempre sotto pressione. Nei sondaggi internazionali sulla qualita’ della vita, l’accumulo di incombenze e la fretta sono indicati come motivi di frustrazione da parte di quasi tutti gli intervistati.

Gli esperti parlano di time poverty : una sindrome che affligge con intensita’ crescente gli abitanti delle societa’ sviluppate. Nel 1999 il Presidente Clinton nomino’ una commissione governativa per esaminare il fenomeno e formulare delle proposte. I miglioramenti introdotti negli anni successivi sul fronte dei congedi di maternita’ e di malattia sono in parte figli di quella commissione. Da che cosa dipende questa poverta’ di tempo di cui tanto ci lamentiamo? Quanto contano i fattori di contesto (ad esempio gli orari e l’organizzazione del lavoro, le politiche di conciliazione e cosi’ via) e quanto, invece, le nostre scelte personali, il fatto cioe’ che facciamo troppe cose? Secondo una recente ricerca diretta da Robert Goodin (Discretionary Time, Oxford University Press), la sindrome della time pressure e’ in larga misura frutto di decisioni individuali, che ci spingono a fare molto di piu’ di quanto non sarebbe strettamente necessario. Gli autori del volume giungono a questa conclusione dopo aver effettuato una serie di calcoli. Innanzitutto, essi hanno stimato le ore di lavoro che sono oggi indispensabili per condurre una vita dignitosa, ma senza pretese: lavoro retribuito fuori casa, lavoro domestico (incluso l’accudimento dei figli), e lavoro per la cura della propria persona. Successivamente sono state misurate (utilizzando i cosiddetti sondaggi sull’uso del tempo) le ore effettivamente impiegate dalle persone per questi tre tipi di attivita’.

La discrepanza e’ davvero molto ampia: in media un adulto europeo o americano dedica al lavoro retribuito (la cosiddetta carriera) e al lavoro domestico (figli compresi) il doppio del tempo necessario e circa il 25% di tempo in piu’ per la cura della propria persona. Se fossimo meno ambiziosi o meno perfezionisti, il tempo discrezionale a nostra disposizione ammonterebbe a circa 80 ore per settimana, su un totale di 168. Invece dobbiamo accontentarci di una trentina di ore appena, se va bene. Ovviamente la quantita’ di tempo discrezionale si modifica lungo il ciclo di vita, anche in relazione alla situazione familiare. Quando si hanno dei figli il tempo a disposizione si riduce drasticamente, dato che aumentano le ore indispensabili al loro accudimento. Stante la persistente asimmetria nella divisione del lavoro fra padri e madri, queste ultime sono poi sistematicamente svantaggiate, soprattutto se occupate. I dati segnalano che le madri sole e quelle divorziate sono le figure sociali di gran lunga piu’ vincolate nell’uso del proprio tempo di vita. La figura vincente e’ invece la cosiddetta famiglia Dink ( double income, no kids ): marito e moglie entrambi in carriera, senza figli. Nei sondaggi anche i Dink si lamentano di non avere mai tempo: ma chi e’ causa del proprio male dovrebbe piangere solo se stesso. Oltre alla situazione familiare, anche il contesto istituzionale puo’ fare differenza. Grazie alla maggiore disponibilita’ di prestazioni sociali e misure di conciliazione, una madre sola svedese ha circa venti ore di tempo in piu’ di una madre sola americana.

Il capitolo conclusivo del libro esordisce con la seguente esortazione semi-seria: se volete massimizzare la vostra autonomia temporale e il vostro tempo discrezionale, ecco tre consigli: sposatevi ma non fate figli; se fate figli, non divorziate; magari considerate di trasferirvi in Svezia. Gli autori formulano anche una lunga lista di proposte serie: varare misure capaci di alleviare i vincoli temporali (e non solo gli oneri economici) delle famiglie con figli, ed in particolare delle madri occupate; promuovere una maggiore flessibilita’ dei tempi di lavoro e dei tempi di vita, per rendere piu’ efficiente tutta l’organizzazione sociale e offrire agli individui una gamma piu’ vasta di opzioni. Lo Stato puo’ e deve far molto per accrescere l’eguaglianza di opportunita’ sull’uso del tempo dei suoi cittadini. Ma per contrastare la time pressure servirebbe soprattutto una piccola rivoluzione culturale: riacquistare consapevolezza che ogni nostra decisione, personale o professionale, ha costi e benefici non solo monetari, ma anche temporali. Quando ci sentiamo troppo sotto pressione, facciamo un esame di coscienza e cerchiamo di recuperare autonomia decisionale e controllo sulle nostre agende. Come recita il sottotitolo del libro, il tempo discrezionale e’ piu’ di una semplice risorsa strumentale: e’ una misura (trascurata, ma molto rilevante) di quanto sono veramente libere le nostre vite.