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Il Kenya sostenibile

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Appena sbarcato dall’aereo,  per prima cosa vedo tre gazzelle che corrono sulla pista di ghiaia. Poi appare un uomo con un mantello rosso che mi fa segno con la mano da dietro una jeep. In mano ha un telefono cellulare. Non sarà il solito safari, dico tra me e me. Ma fino a che punto sarà diverso?  Dopo i saluti, parto con Tonkey verso nordest, lasciandomi alle spalle la riserva nazionale Masai Mara. Usciti dal parco attraversiamo una zona di case diroccate e una pianura spoglia, dove ogni tanto vediamo delle mandrie di bestiame. Il contrasto è netto: una terra per i turisti, ricca di animali selvatici ed eleganti accampamenti che sembrano usciti dal set del film La mia Africa, e un’altra incolta e povera di risorse, dove vive la maggior parte dei keniani. Il luogo dove siamo diretti, la Naboisho Conservancy,  cerca di fare incontrare questi due mondi.

Mentre Tonkey è al volante, studio il suo abbigliamento: indossa un tradizionale mantello masai scarlatto con una serie di collane d’argento e uno scialle a scacchi rossi avvolto sul petto. “Gli animali non si spaventano?”, chiedo. “Non sarebbe meglio una maglietta verde oliva e dei pantaloncini kaki?”. Do un’occhiata ai suoi piedi. “E quei sandali? Sono fatti con i pneumatici di un’auto?”. Tonkey ride. “C’è una storia dietro questi abiti”, dice. “Quando abbiamo cominciato a indossarli tutti ci issavano e si domandavano: ‘Che fanno questi masai? Gli autisti? Le guide turistiche?’”. Mi guarda e conclude: “Prima i masai non facevano nessuna di queste cose, tanto meno in abito tradizionale”. Si potrebbe aggiungere che a volte le persone considerano i masai una sorta di piacevole sfondo tribale, perfetto per i servizi fotograici di moda in Africa, ma da tenere rigorosamente separato dalla modernità.

Oggi, grazie a persone come Tonkey, le cose stanno cambiando e anche i masai cominciano a usare le macchine fotografiche. Passiamo accanto a un’aquila che ci osserva da un’acacia. La pianura spoglia è diventata un bosco. “Siamo nella Naboisho Conservancy. In masai, naboisho signiica incontrarsi”, mi spiega Tonkey. Trasparenza. Naboisho è un esempio di come si può preservare l’ambiente e contemporaneamente sfruttare il territorio a vantaggio della popolazione locale. Le agenzie di viaggio prendono in affitto la terra dai masai e, con i proventi dell’ecoturismo, gli assicurano un reddito. La riserva è stata creata nel 2010 dai proprietari terrieri masai in collaborazione con Basecamp Foundation, un’organizzazione non proit fondata nel 1996 da Svein Wilhelmsen, un investitore norvegese arrivato da queste parti durante una vacanza in Kenya. Una notte, mentre si stava accampando su una piazzola accanto al fiume Telak, Wilhelmsen si imbatté per caso in un capo masai locale, Ole Taek, il padre di Tonkey. A un certo punto, mentre parlava con grande franchezza e senza esitazioni, Ole Taek gli indicò la riserva Masai Mara, sull’altra sponda del fiume, lamentandosi del fatto che il modello turistico keniano, fatto di safari e riserve di caccia, non aveva portato nulla di buono ai suoi abitanti: né scuole, né ospedali, né posti di lavoro, né soldi. Inoltre le condizioni ambientali erano drasticamente peggiorate. Quattro ore più tardi i due avevano un progetto. Dopo un anno era stato creato un campeggio. Poi sono arrivati i programmi di riforestazione, formazione le istruzione. L’ospedale e i posti di lavoro. La riserva vive principalmente del turismo proveniente dalla Scandinavia. Chi lo desidera può finanziare uno dei progetti locali o semplicemente una vacanza in mezzo alla natura, sapendo che i suoi soldi aiuteranno i masai.  Nel negozio di souvenir tutti gli oggetti sono etichettati con i nomi delle 117 donne che li hanno realizzati, in modo che i profitti vadano direttamente alle interessate. “Totale trasparenza finanziaria. È fondamentale quando le persone sono abituate a non fidarsi di chi ha il potere e il denaro”, mi spiega Wilhelmsen. Nella riserva c’è una scuola per formare una nuova generazione di guide masai. I vantaggi per gli abitanti del luogo sono molti, ma a rendere questo progetto così speciale (e speriamo sostenibile a lungo termine) è il loro impegno. Per i masai, che non hanno mai tratto alcun vantaggio dai safari e dai parchi tradizionali, è una novità assoluta. Dopo qualche ora di viaggio arriviamo a Basecamp Wilderness, una serie di lodge e tende che si snoda lungo il costone di una bassa vallata. Più giù, accanto ai cespugli, si nasconde una pozza.

Tonkey mi lascia nelle mani di Saningo, la mia guida durante il soggiorno, e di John Saruni, il responsabile dei progetti di sviluppo locale a Naboisho. “Stasera alla pozza sentirai animali di tutti i tipi. Ci sono tre diversi branchi di leoni. Credo che sia la più alta concentrazione del Kenya”, mi spiega Saruni. Saliamo di nuovo sulla jeep e ci addentriamo nella riserva. Saruni vuole farmi vedere il villaggio sul versante opposto, dove sono in corso vari progetti. “L’idea è che l’affitto della terra deve portare ai suoi abitanti dei soldi e anche altri vantaggi”. A Olesere mi portano a vedere una clinica in costruzione, una scuola e una serie di progetti idrici. Poi faccio un giro tra i recinti di bestiame insieme a Saningo. Un anziano della tribù, Samau, si ferma a chiacchierare. Accanto a lui c’è una pecora zoppa. “Ieri notte ci ha attaccato un leopardo. Ha saltato il recinto e ha azzannato lei e un agnello. Sono arrivato con la lancia, ma il leopardo è scappato portandosi via l’agnello. Negli ultimi giorni non abbiamo dormito perché il leopardo è tornato tutte le notti”, ci racconta Samau.

Gli attacchi dei predatori hanno sempre rappresentato un pericolo per i masai. Saningo mi mostra le cicatrici sulle braccia.“Un leopardo maschio ha cercato di rubarmi una pecora”. In passato lo scontro tra uomo e predatore era il frutto di una logica spietata: nei parchi si difendeva l’ecosistema per attirare i turisti, e la popolazione locale del luogo pagava il prezzo di questa politica senza trarne alcun vantaggio. Samau è uno dei proprietari terrieri locali, con 150 ettari all’interno della riserva. Gli chiedo se è contento, nonostante gli attacchi dei leopardi. “L’anno scorso ho perso cinquanta capi di bestiame per colpa della siccità. Sono stati momenti duri, ma i soldi dell’affitto fanno comodo. Compensano le piccole perdite, come quella dell’agnello”.

La sera sto seduto sul mio terrazzo a Basecamp Wilderness ad ascoltare i leoni che ruggiscono a fondo valle. Con una pila illumino gli occhi degli animali che si muovono silenziosamente tra i cespugli: vedo una fila di impala attirati dall’acqua nonostante la paura e un bufalo maschio, per nulla preoccupato. Alle quattro del mattino vengo svegliato dal ruggito di un leone, ma quando provo a registrarlo lui ha già smesso. Arriva l’alba e dalla terrazza vedo una iena che si allontana a grandi falcate sotto lo sguardo di un’antilope cervicapra. Alle sei e mezza sono pronto per mettermi in cammino. Con me, Saningo e due guardie masai armate di archi, frecce, spade e lance. Ci fermiamo quasi subito a esaminare le tracce lasciate dai leoni durante la notte. Saningo indica un’impronta. “È un grosso esemplare maschio”. Vedere un leone dev’essere davvero elettrizzante. Per adesso, nell’aria frizzante dell’alba, sono soprattutto gli uccelli a farsi notare.

Questo tratto di terra è molto importante dal punto di vista faunistico: in agosto e in settembre qui confluiscono la migrazione del Serengeti, con circa due milioni di animali, e quella del Loita, con 150mila esemplari. Purtroppo, però, la pressione demografica mette a rischio lo spostamento dei branchi. In Tanzania vogliono costruire una strada che attraversa il Serengeti, mentre in Kenya le multinazionali stanno mettendo gli occhi sui terreni per lo sfruttamento agricolo. Vedremo grandi piantagioni di piselli invece di gnu e leoni?

Il posto dei fagiolini Wilhelmsen è convinto che senza la Naboisho Conservancy i lavori sarebbero già cominciati, con conseguenze disastrose per le migrazioni. Per questo è fondamentale che la riserva continui ad attirare i visitatori. Vediamo un impala appena nato disteso a terra che ansima in cerca del primo respiro.

Poi improvvisamente balza in piedi e scappa verso la madre, con il cordone ombelicale penzolante. Dopo un’ora ci fermiamo in un prato accanto a un fiume. Saningo improvvisamente dice: “Ghepardo!”. Con il cuore che mi batte forte mi metto in marcia insieme ai miei compagni. Lo vediamo da lontano mentre passeggia. Gira la testa, come per farci capire che non ci considera una minaccia. I miei compagni sono nervosi come me, ma per un altro motivo: uno stormo di avvoltoi sta volando in circolo sopra un antilope morto vicino a un gruppo di cespugli. Per adesso non si vedono leoni, ma le lance dei tre rimangono puntate verso i cespugli.

Tenendo gli occhi bene aperti, continuiamo ad avanzare. Mi fermo un attimo e penso a come avrebbe potuto diventare questo luogo: un’anonima distesa di coltivazioni di fagiolini, con gli uomini sfruttati come lavoratori giornalieri. Giro lo sguardo nel punto in cui il ghepardo si è infilato tra gli alberi e lo scorgo per l’ultima volta. Sotto l’ombra di una grande acacia, si è rimesso sulle zampe posteriori alzando la coda dalla punta bianca. Ne sono sicuro, sta marcando il territorio.

Fonte: Internazionale