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Il conflitto tra sviluppo e ambiente: il caso del Brasile

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Il “gigante” si farà. Lo ha deciso il Tribunale federale di Brasilia. I lavori per la costruzione della mega-diga di Belo Monte potranno partire senza una preventiva consultazione delle comunità indigene. I giudici hanno respinto la richiesta di sospensione presentata dal fronte ambientalista che si batte contro il faraonico progetto.

E denunciano il forte impatto che questo avrà sull’Amazzonia brasiliana Un’area di foresta che copre 9 Stati brasiliani (un territorio tre volte più ampio dell’Italia) e in cui vivono appena 24 milioni e mezzo di persone. Qui, il governo della presidente Dilma Rousseff ha deciso l’inizio di un nuovo ciclo di sviluppo e occupazione. Belo Monte – la terza centrale idroelettrica più grande del mondo – è solo una delle grandi opere in cantiere.
Il pacchetto di investimenti, a cui partecipa anche il settore privato, somma oltre 212 miliardi di reais, più di 120 miliardi di dollari. Ovvero quanto speso nel 2010 in Brasile da tutti i Paesi del mondo.

«La sfida più difficile – ha ammesso la stessa presidente Dilma Rousseff – è ora quella di aprire la strada allo sviluppo dell’Amazzonia senza compromettere l’integrità della foresta». La maggioranza degli investimenti previsti dal governo fino al 2020 riguarderà opere di infrastruttura soprattutto legate ai trasporti e all’energia elettrica ma anche all’industria mineraria

Il ministro delle Miniere e dell’Energia Edison Lobão è ottimista: «Le grandi opere permetteranno la creazione di nuove importanti industrie e daranno origine a un canale di esportazione attraverso “l’arco del nord-est”, un corridoio prima quasi inaccessibile che andrà da Porto Velho fino alle coste atlantiche del Maranhão passando per gli Stati dell’Amazonas e del Parà».

Secondo il governo, con il piano di espansione, la regione amazzonica che oggi contribuisce al Prodotto interno lordo del Brasile per l’8 per cento, potrebbe entro il 2020 raddoppiare o anche triplicare la sua partecipazione al Pil del Paese. Lo sviluppo intenso della maglia dei trasporti – ora uno dei principali ostacoli agli scambi commerciali della regione – ridurrà prima di tutto il costo delle esportazioni. Ora una tonnellata di grano, di cui il Brasile è uno dei maggiori produttori del mondo, costa 85 dollari contro i 20 dell’Argentina e i 23 degli Stati Uniti. Con l’investimento complessivo di oltre 15 miliardi di dollari in strade, autostrade, idrovie, ferrovie e porti, questo svantaggio dovrebbe quasi annullarsi entro il 2020.

«Era ora che finisse questo controsenso –ha esultato Luiz Antonio Fayet, assessore della Confederazione degli agricoltori e degli allevatori brasiliani –: per anni la produzione si è estesa verso Nord, ma lo sviluppo dell’infrastruttura dei trasporti non ha accompagnato questa tendenza». Il Brasile nel prossimo decennio promette di diventare il primo esportatore mondiale di alimenti e lo sviluppo dell’Amazzonia avrà un ruolo chiave in questa ambizione.

Ma oltre al settore primario, il polmone verde del mondo diventerà fondamentale anche per lo sviluppo energetico. Oggi, nonostante le immense riserve idriche a disposizione, l’Amazzonia contribuisce al fabbisogno energetico del Brasile appena con il 10 per cento.

Ma entro il 2020, secondo il piano annunciato dal governo, il totale delle centrali idroelettriche in funzione passerà a venti unità e l’Amazzonia –in meno di un decennio – risponderà a un aumento del 45 per cento nell’offerta di energia. Cifre apparentemente “entusiasmanti”. Non per tutti, però. Come dimostrano i volti disperati degli indigeni Kayapó, dopo il nuovo via libera del tribunale. Per indios e ambientalisti, i grandi progetti sono solo una riedizione di operazioni già viste in passato per  fruttare il polmone verde del mondo. E “divorarlo” nel nome del profitto.