Il ciabattino anti-spreco | Non Sprecare
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Il ciabattino anti-spreco

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Tempi di crisi. Lo diciamo, a turno, tutti. Chi piu’, chi meno. Certo, e’ difficile quantificare la suddetta crisi usando, per cosi’ dire, parametri empirici, quotidiani. Molti commercianti, ad esempio, si lamentano delle scarse vendite. Niente da dire, puo’ essere vero. Anzi certamente sara’ cosi’. Pero’ e’ vero anche che, per esempio, nelle grandi citta’ i ristoranti sono sempre pieni, e nei fine settimana ci si muove in massa verso mete lontane – non solo quelle classiche, fuori porta.
Se da un lato si tende al risparmio, dall’altro non si rinuncia ai classici divertimenti. Tuttavia, in questa sospensione, una cosa sembra certa: il ritorno di alcuni lavori artigianali che credevamo relegati nei buchi neri del passato. Ciabattini, sartorie, mercatini dell’usato. Qualcuno ? la quantificazione e’ ardua ? sempre di piu’ pensa di ricorrere al riciclo. Allo scambio. O appunto, semplicemente, piuttosto che comprare un paio di scarpe nuove pensa di risuolare quelle vecchie. Oppure di acquistare un abito usato. O di venderne uno. Naturalmente e’ sorta subito una letteratura su questo fenomeno. Ci si chiede: sara’ questo un modo di evitare l’eccesso di consumi, di regolare la propria vita e dunque contribuire ad un’economia piu’ equa e solidale? Meno consumi, meno produzioni. Ritorno a un mondo antico, nel quale l’artigiano era parte integrante della societa’. Ritmi piu’ lenti, slow economy, tanto per citare una definizione di moda (quanto vaga)? Decrescita felice? chiaro che, messa cosi’, la questione e’ sterile. In mancanza di dati e parametri statistici, si puo’ dire quello che si vuole. In primo luogo bisogna capire, infatti, che strumento di misura si ritiene di adottare, per definire, appunto, la crisi economica. Sia l’Istat, per esempio, con l’ultima indagine sulla poverta’, sia la Banca d’Italia, con l’indagine conoscitiva sul livello dei redditi, hanno evidenziato come la crisi sia maggiormente percepita dalle famiglie con tre o piu’ figli. E soprattutto influisca piu’ a Sud che a Nord. Non solo. Gli studi mostrano anche come l’italiano medio (e il Sud fa ancora la sua parte in questa triste statistica) si sia impoverito quasi di un punto percentuale all’anno in rapporto agli altri partecipanti dell’Unione europea. Insomma, rispetto ai nostri partner europei percepiamo maggiormente la crisi (o meglio cresciamo di meno) e soprattutto una parte della popolazione, in buona parte risiedente al Sud, subisce ancora piu’ duramente la crisi, prova malessere e deve tirare la cinghia. Probabilmente e’ costretta a ricorrere al riciclo. C’e’ da stabilire naturalmente se questa scelta sia una triste condizione o rappresenti una nuova vocazione. Costrizione o possibilita’? E cosa ne pensano i ciabattini? Ci sono schiere di ragazzi pronti a intraprendere la professione? Si segnalano nuove iscrizioni all’albo? Pare di no. La camera di commercio registra negli ultimi anni una diminuzione del 40%. un lavoro duro, quello di risuolare le scarpe. Anche se i ferri del mestiere, la colla e il cuoio, possono contribuire a formare un’immagine suggestiva, old style, vintage, la professione non attira parecchio. Insomma, se l’Italia e’ frazionata, una buona parte avverte meno la crisi e dunque non subisce il malessere e continua a comprare le scarpe nuove; gli altri, invece, devono farle risuolare. Se e’ cosi’, allora non e’ onesto insistere sull’opportunita’ che la decrescita e il ritorno degli antichi mestieri offrirebbe alla collettivita’. Forse sarebbe meglio lasciarci suggestionare dalle opportunita’ che il futuro deve per forza portare. Siamo un Paese che va contro tempo, non investe nella ricerca, e’ chiuso in piccole patrie e si lascia oscurare dalle minuzie. Al bene comune abbiamo rinunciato. In un Paese cosi’ dovrebbe essere obbligatorio la cultura del futuro. Se i ciabattini devono ritornare, che allora abbiano strumenti culturali per investire e pensare in grande.

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