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Fiat, una partita politica

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Piu’ che una lotteria, come dice Sergio Marchionne, e’ una partita a poker giocata sul tavolo della politica. L’assegnazione di Opel, ieri rinviata dal governo di Berlino che prende tempo e intanto alza il prezzo, sembra un duello tra l’italiana Fiat e il fornitore austro-russo-canadese Magna, dietro il quale in un vorticoso gioco di scatole e di paraventi si affacciano le mura del Cremlino. In realta’, i giocatori che danno le carte sono i governi di Washington, Berlino e Mosca, a conferma del fatto che nel capitalismo del dopo crisi salira’ il peso degli Stati a scapito del mercato e dei suoi tabu’. I politici tedeschi sono trasversalmente divisi e nelle loro decisioni sono tutti condizionati dalle incertissime elezioni politiche previste per il prossimo 27 settembre. Da un lato pesano le pressioni di Obama (il vero sponsor della Fiat) e l’obiettivo di non irritare gli americani; dall’altro versante contano il gas di Vladimir Putin e la sua rete di alleanze, specie nei circoli socialdemocratici, anche grazie al fatto che l’ex cancelliere Gerhard Schroeder nella sua nuova vita altro non e’ che un consulente di lusso del governo di Mosca. Quanto alle elezioni, trascinare la partita fino al voto significherebbe anche fare un regalo ai sindacati tedeschi che, in caso di vittoria della Spd, potrebbero tornare alla carica con un’ipotesi di nazionalizzazione della Opel.
La Fiat ha bisogno della Opel. Non tanto per quei cinque miliardi di risparmi realizzati attraverso le sinergie con la casa automobilistica tedesca, ma per il fatto che una fusione Fiat-Chrysler-Opel farebbe nascere il secondo gruppo mondiale con 6,4 milioni di auto prodotte, alle spalle della Toyota saldamente in testa con 8,7 milioni di vetture. I connotati di Super Fiat, una volta chiusa la triangolazione, sarebbero del tutto diversi rispetto all’attuale consistenza del Lingotto che non ha i volumi necessari per reggere la concorrenza sul mercato globale. E cambierebbe anche il suo azionariato di controllo, con la nascita di un’inedita forma di public company nella quale partecipano il governo americano e i sindacati dei lavoratori. Questa e’ la scommessa di Fiat che, pur non avendo i problemi finanziari degli ex colossi di Detroit, ha bisogno come il pane dei generosi finanziamenti pubblici, americani e tedeschi, per il suo definitivo rilancio.

Nella partita di poker c’e’ infine da valutare l’effetto occupazione. Non e’ una variabile secondaria, e non riguarda soltanto i lavoratori tedeschi, spaventati dal ridimensionamento della Opel. Alla fine della prossima settimana i vertici della Fiat, davanti al governo ed ai sindacati, dovranno scoprire le carte sugli esuberi nei cinque stabilimenti in Italia. A quel punto i numeri non saranno piu’ indiscrezioni, ma e’ gia’ chiaro che assisteremo ad una cura dimagrante difficile da assorbire senza una strategia interna al gruppo ed esterna, con un ruolo attivo, di nuovo, del governo. Oggi ci sono stabilimenti, come Cassino, dove si lavora anche il sabato, e impianti, come Pomigliano e Termini Imerese, a rischio: bisognera’ pensare a forme di solidarieta’ che, d’intesa con i sindacati, consentano una diversa distribuzione dei lavoratori all’interno della galassia Fiat. L’occupazione si difende anche con la mobilita’. Serviranno poi risorse, e’ inutile nasconderlo o girarci attorno, per garantire nuove ammortizzatori sociali: l’industria automobilistica del futuro, comunque vada, non avra’ piu’ l’attuale capienza in termini di organici. In America, delle celebri big three restano soltanto le spoglie: di fatto sono fallite Gm e Chrysler, si e’ pesantemente ridimensionata la Ford, mentre i sindacati hanno fatto concessioni enormi pur di salvare il futuro dell’industria dell’auto. In Italia, Super Fiat, ammesso ch riesca a nascere, bussera’ alle casse dello Stato, e questa volta sara’ in buona compagnia, perche’ tutto l’universo manifatturiero avra’ bisogno di ridurre la manodopera e aumentare la produttivita’. La coperta dei conti pubblici sara’ dunque sempre piu’ corta, e un vero sostegno al cambiamento del quadro economico e all’uscita dalla crisi non potra’ prescindere da una riforma a 360 gradi della rete dello Stato sociale. Per capirci: meno pensioni, piu’ risorse per accompagnare i lavoratori in mobilita’, aiutarli nella formazione necessaria al loro ricollocamento e sostenere i giovani, oggi i meno protetti dal modello italiano di welfare. La Fiat fara’ da battistrada al tavolo del negoziato, ma anche in questo caso le carte, e le decisioni finali, saranno nelle mani della politica.