Questo sito contribuisce all'audience di

Dissesto idrogeologico: serve un Piano nazionale con i soldi dell’Europa

Le regioni hanno contribuito alla distruzione del territorio. Con gli ultimi fondi stanziati, oltre 3 miliardi di euro, sono state completate appena il 3,2 per cento delle opere. E intanto consumiamo 70 ettari di suolo al giorno

di Posted on
Condivisioni

DISSESTO IDROGEOLOGICO –

L’Italia non ha mai avuto una vera politica di tutela del territorio. Né al centro né in periferia. Il Paese è rimasto prigioniero da un lato di un ambientalismo ideologico, asfittico, inconcludente e talvolta perfino corrotto, e dall’altro lato di una resa senza condizioni di fronte a un devastante consumo del suolo. Ogni giorno scompaiono 70 ettari di territorio, secondo i calcoli dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e in soli tre anni abbiamo fatto fuori 720 chilometri quadrati di suolo, pari alla superfice delle città di Milano, Napoli, Firenze, Bologna e Palermo messe insieme. E non è una coincidenza il fatto che tra le regioni dove si sono concentrati i maggiori danni per le alluvioni di queste settimane ci sono la Liguria e la Lombardia, le più fragili di fronte agli allarmi meteo e le più colpite in termini di consumo del territorio.

RESPONSABILITA’ –

Il rimpallo di responsabilità tra il governo centrale e le regioni non ha molto senso, perché il questo disastro le colpe sono ben distribuite. Un esempio? L’ultimo accordo Stato-Regioni in materia di interventi per il dissesto idrogeologico risale all’emergenza del biennio 2009-2010, quando furono stanziati 3 miliardi e 395 milioni di euro. Bene: le opere concluse e previste dal protocollo sono pari appena al 3,2 per cento del totale, il 78 per cento dei cantieri aperti sono bloccati, e 7 regioni su 12 non hanno mai realizzato un’opera negli ultimi 15 anni. Un fallimento totale. Del quale le regioni portano una responsabilità enorme, avendo completamente rinunciato a quella politica di programmazione del territorio pure prevista nella loro funzione istituzionale. Sono diventate, invece, piccoli e inefficienti centri di spesa, spesso clientelare e opaca. E anche in materia di sciagurati condoni, ne abbiamo visti tanti, troppi, in questi anni, introdotti con leggi nazionali, regionali e perfino attraverso delibere dei comuni.

Se il premier Matteo Renzi intende dare una svolta a quelli che lui definisce «vent’anni di politiche ambientali da rottamare», la strada da percorrere è una sola: mettere al centro dell’azione e degli obiettivi del governo un Piano nazionale per il dissesto idrogeologico del Paese, che non può essere finanziato certo con i 30 milioni di euro oggi disponibili, per questa voce, nel budget del ministero dell’Ambiente. Un Piano con tempi certi, opere definite, cantieri al riparo da qualsiasi sentenza del primo Tar che blocca tutto, con bandi per le opere scritti con rigore e non con l’attuale approssimazione.

I soldi? Bisogna trovarli, a partire da un negoziato con l’Unione per chiedere un eventuale sforamento del deficit, finalizzato a un obiettivo preciso. I vantaggi di un Piano nazionale sarebbero almeno tre. Una regìa è indispensabile, come dimostra anche il fatto che ci sono oltre 2.600 cantieri sparsi per l’Italia (tipo quello per il fiume Bisagno di Genova) e bloccati, senza che nessuno ne risponda. Secondo: un Piano nazionale avrebbe un effetto virtuoso, di stampo keynesiano, per l’intera economia, e non solo per la messa in sicurezza del territorio.

Ci sarebbero investimenti da mettere in moto, con relativi posti di lavoro da assegnare. Terzo: alzare le mani, come abbiamo in questi anni, ha significato un conto enorme in termini di spesa pubblica. Dal 1945 ad oggi in Italia ogni anno si sono spesi, mediamente, 3,5 miliardi di euro per i danni derivati da frane ed alluvioni. Possiamo pensare, senza sognare ma con i piedi per terra, di risparmiare almeno una parte di questi soldi investendo in prevenzione? Un governo che si rispetti, di fronte a quanto stiamo vedendo anche in queste settimane, ha almeno il dovere di provarci.