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Dissesto idrogeologico: più di 2 miliardi di euro non spesi. E sette regioni da 15 anni non fanno interventi

Il 10 per cento del territorio italiano e l’81 per cento dei comuni sono a rischio, e noi sprechiamo i soldi per gli interventi. Adesso il governo promette di aprire cantieri per 670 milioni di euro entro dicembre. Lo farà?

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DISSESTO IDROGEOLOGICO IN ITALIA – La tragedia nel trevigiano in questi giorni ci ricorda, in proporzioni minori, le alluvioni in Campania, con lo straripamento del fiume Sarno, e in Liguria, nella zona delle Cinque Terre. Sono queste le occasioni che ci ricordano quanto il Paese sia diventato fragile dopo decenni di speculazioni sul territorio e di mancata manutenzione. Al punto che a un’Italia che si sfarina alla prima alluvione, ne corrisponde un’altra che contabilizza la sua impotenza in materia di messa in sicurezza. 

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LO SPRECO DEI CANTIERI FERMI E DI UN PAESE BLOCCATO – La mappa dei cantieri finti contro il rischio per il disseto idrogeologico è una fotografia dell’Italia degli sprechi e delle occasioni perdute. Di un Paese bloccato, paralizzato nell’impotenza di non riuscire a spendere i soldi che pure non mancano mentre il territorio continua ad essere abbandonato. Sono bastate poche settimane di ricognizione e il governo Renzi ha messo nero su bianco i numeri dello scandalo. Un maxi piano di interventi per l’emergenza, definiti con un accordo Stato-Regioni tra il 2009 e il 2010 per una spesa complessiva di 3 miliardi e 395 milioni di euro, dopo quattro anni è finito così: le opere concluse sono appena il 3,2 per cento di quelle previste, mentre il 78 per cento dei cantieri sono fermi. Alla faccia dell’emergenza. Complessivamente, dal 1998 ad oggi le risorse programmate e non ancora impegnate ammontano a 2,27 miliardi di euro. Stesso discorso per i fondi europei stanziati per questo tipo di opere: la metà sono chiusi nei cassetti, inutilizzati. E ci sono ben sette regioni italiane che da 15 anni non riescono a concludere neanche un lavoro in materia anti dissesto.

(Nelle immagini, la massa di detriti e fango in seguito all’esondazione del fiume Lierza a Refrontolo in provincia di Treviso. Fonte: La Presse )

FRANE, ALLUVIONI E ALLAGAMENTI IN ITALIA – Eppure l’Italia è un Paese a rischio in materia di frane, alluvioni e allagamenti. Ce lo dicono i fatti di cronaca, talvolta tragici, e ripetuti, anche in piena stagione estiva, come è avvenuto quest’anno. E ce lo segnalano le statistiche. Il territorio interessato a questo tipo di rischi è pari a quasi il 10 per cento (9,8 per l’esattezza) dell’intera superfice nazionale, e comprende l’81 per cento dei comuni (6.663): dunque abbiamo bisogno di mettere in sicurezza un pezzo d’Italia, con opere certe e non con i soliti cantieri fantasma. Che cosa blocca le opere? In alcuni casi mancano i progetti, in altri scarseggiano i tecnici specializzati. Poi ci sono i conflitti tra gli enti locali, con code in tribunale, che pure contribuiscono al mancato inizio dei lavori. E ancora: intoppi burocratici e un’alta conflittualità tra i commissari ad acta nominati per la singola opera e le amministrazioni locali che non vogliono mollare la presa sul territorio. Risultato finale: tutto fermo e rischio idrogeologico alle stelle.

COMBATTERE IL DISSESTO IDROGEOLOGICO: UNA SFIDA PER L’ITALIA – Dopo la ricognizione, che ha coinvolto sette istituzioni tra governo, regioni e Istituti scientifici, il governo promette di dare una forte spinta a questi investimenti che, tra l’altro, potrebbero creare lavoro e crescita economica. L’obiettivo è di aprire, entro il prossimo mese di dicembre, almeno 570 cantieri per un valore complessivo di 650 milioni di euro. La tragedia del trevigiano dovrebbe spingere Matteo Renzi a uscire allo scoperto, per puntare con decisione a un obiettivo concreto: anticipare le aperture dei cantieri per combattere il dissesto idrogeologico. Sarebbe una bella sfida da lanciare, come sistema Paese, senza aspettare la prossima alluvione o la prossima frana per celebrare impotenti l’ennesimo lutto nazionale.

PER APPROFONDIRE: Dissesti e alluvioni ci sono costati 7 miliardi. E quattro milioni di ettari sono a rischio

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