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Disoccupazione, precariato, salari da fame

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Giovani, precari, poveri o disoccupati. E’ la descrizione poco rassicurante che fa il rapporto annuale sulle tendenze globali dell’occupazione, appena diffuso dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo).

Anche se gli indicatori economici principali, come il Pil mondiale, gli investimenti, il commercio internazionale e i mercati finanziari hanno mostrato segnali di ripresa negli ultimi mesi, i mercati del lavoro sono ancora fragili. Persiste un livello di disoccupazione alto, in modo particolare nelle economie avanzate e riguardo ai giovani, mentre nei Paesi in via di sviluppo nuovi posti non significano necessariamente lavori migliori, dignitosi e produttivi.

Il numero dei disoccupati nel mondo si attesta oggi a circa 205 milioni. Non è aumentato molto tra 2009 e 2010 ma è ancora forte lo scarto rispetto al 2007, prima della crisi, di 27,6 milioni. Secondo i ricercatori dell’agenzia Onu nel 2011 il numero complessivo dovrebbe scendere a 203,3 milioni.

In ogni caso, il dato più eloquente è la differenza tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo. Oltre la metà dei posti persi riguarda le economie sviluppate e l’Unione Europea, nonostante la regione rappresenti solo il 15 per cento della forza lavoro mondiale. Il lavoro nell’industria europea, ad esempio, è crollato di 9,5 milioni fra il 2007 e il 2009. Al contrario, in Paesi come Brasile, Kazakistan, Sri Lanka, Thailandia e Uruguay l’industria si sta riprendendo e il tasso di disoccupazione è tornato al di sotto dei livelli pre-crisi.   

La minore disoccupazione non si traduce automaticamente in migliore occupazione, però. I lavori precari, quelli dell’economia informale, non sono cresciuti rispetto al 2008 ma è significativo che questo tasso di "occupazione vulnerabile" abbia interrotto il lungo calo registrato fino al 2007. Infatti oggi ci sono 40 milioni di lavoratori poveri in più, con un aumento dell’1,6 per cento rispetto ad allora. Per "poveri" si intende quei lavoratori che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno.

L’altro dato preoccupante è relativo al numero dei disoccupati giovani: sono due volte e mezzo il numero dei disoccupati adulti e sono sempre più scoraggiati. Nei 56 Paesi per cui si hanno i dati sono scomparsi dal mercato del lavoro 1,7 milioni di giovani. Si tratta di quelli non calcolati come disoccupati perché non risultano più essere alla ricerca attiva di un posto.

"Questa situazione dimostra l’incapacità dell’economia mondiale di garantire un futuro ai giovani", ha dichiarato il direttore generale dell’Ilo, Juan Somavia. "E questo mina la famiglia, la coesione sociale e la credibilità delle politiche realizzate".

Ma il lavoro non è necessario solo per la coesione sociale, quanto per la ripresa stessa e per uno sviluppo che si possa dire davvero sostenibile, dato il legame stretto tra salari reali, consumi e investimenti. E’ troppo forte ancora la differenza fra crescita del prodotto e crescita dell’occupazione, così come non corrispondono gli aumenti di produttività e quelli dei salari reali.

A pochi giorni dal Forum economico mondiale di Davos, il messaggio dell’Ilo è chiaro: "Non ci si può concentrare solo sulla riduzione dei deficit pubblici senza affrontare la questione della creazione di posti di lavoro". Soprattutto, vanno estese le protezioni sociali e incoraggiati gli investimenti nell’economia reale, per avere mercati del lavoro inclusivi e una crescita vera, basata sui redditi.