Perché non destinare una parte dei soldi sequestrati ai clan a progetti sociali?

Si potrebbero aprire scuole, piccole imprese, negozi di artigianato. E non sprecare risorse che appartengono alla collettività.

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Dove finiscono i soldi sequestrati ai clan della malavita? Siamo sicuri che non vengono sprecati? 

L ‘idea di destinare i beni e i soldi sottratti alla criminalità organizzata al bene comune è stata proposta per la prima volta dal politico italiano Pio La Torre: fu lui che, negli anni ’80, promosse la legge che poi ha introdotto il sequestro e la confisca dei beni mafiosi (nota come legge Rognoni-La Torre, dal suo nome e da quello del ministro che la sostenne). L’intuizione centrale era proprio questa: non limitarsi a punire i mafiosi, ma restituire alla collettività i loro patrimoni illeciti, trasformandoli in risorse per usi sociali, scuole, cooperative e servizi pubblici. Un’idea costata la vita a Pio La Torre, trucidato dai mafiosi.

Oggi i soldi sequestrati finiscono nel  Fondo Unico Giustizia (FUG)  un contenitore che raccoglie diverse entrate giudiziarie: sequestri, confische, multe, sanzioni e crediti recuperati.In questo modo si è formato un tesoro di circa 4 miliardi di euro, cre cresce ogni anno con sequestri nell’ordine di centinaia di milioni di euro. 

L’associazione Libera, che negli anni ha promosso più di mille iniziative sociali per non sprecare i soldi e i beni sequestrati ai clan,  ha lanciato l’iniziativa “Diamo linfa al bene”, collegata ai 30 anni della legge 109/1996 sui beni confiscati alle mafie. La petizione chiede una cosa precisa:  destinare il 2% del Fondo Unico Giustizia al riutilizzo sociale dei beni confiscati (per scuole, asili, aziende, cooperative, progetti sociali e di comunità). 

La petizione di Libera si può firmare in uno dei banchetti che si svolgono periodicamente nelle piazze e nelle strade, e anche online.

In particolare, la campagna Diamo linfa al bene prevede proprio una raccolta firme digitale oltre che nei banchetti nelle piazze. Per firmare online si accede al sito di Libera, dove c’è la pagina dedicata alla petizione (con modulo di firma elettronica).

Fonte immagine di copertina: Libera contro le mafie/Facebook

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