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Il Brasile è fallito per sprechi e corruzione. E tutti noi paghiamo il conto..

Il real ha perso un terzo del suo valore nell’ultimo anno. L’inflazione è schizzata sopra il 10 per cento. Il debito pubblico è fuori controllo. E la magistratura ha messo sotto inchiesta mezzo governo.

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CRISI ECONOMICA BRASILE –

L’anno delle Olimpiadi e l’anno del default. Sarà un 2016 con il batticuore per il Brasile, che ospiterà i giochi olimpici nel pieno della più grave crisi economica e sociale mai vista dagli anni Trenta. Tutto è cambiato in poco tempo e la tempesta è diventata perfetta: il crollo del petrolio e delle commodities, materie prime delle quali il paese è un grande esportatore; l’inflazione e il debito pubblico fuori controllo; la domanda interna precipitata ai minimi, segno anche di un impoverimento della popolazione. E sullo sfondo, come una cornice, una corruzione dilagante.

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CRISI FINANZIARIA BRASILE –

Sui mercati mondiali, non solo quelli finanziari, si parla molto della crisi in Cina, che pure cresce a un ritmo del 6,9 per cento, ma in realtà quello che più spaventa è proprio il crollo del Brasile, “tecnicamente fallito” come ha sentenziato la scorsa settimana in copertina il settimanale Economist. Fallito laddove, dopo una lunga cavalcata a un ritmo di crescita economica del 7-8 per cento l’anno, il paese sembrava destinato a diventare la quinta potenza mondiale, uscendo così dal club delle nazioni in via di sviluppo.

La recessione è fortissima. Il prodotto interno lordo è precipitato del 4 per cento nel 2015 e per quest’anno la previsione di una crescita superiore ai 2 punti sembra del tutto irrealistica. La Banca centrale non è mai riuscita, nonostante i continui interventi monetari, a rimettere in sesto la valuta, con il real che ha perso un terzo del suo valore negli ultimi dodici mesi, e la pesante svalutazione non si è mai tradotta in una ripresa degli investimenti, pubblici e privati. L’inflazione è schizzata sopra il 10 per cento, con un governo che prevedeva di tenerla sotto il 5 per cento, e il debito pubblico è in volata, con una tendenza al 93 per cento del pil, già immaginata per il 2019. Numeri da default, appunto, tanto che ormai il debito pubblico brasiliano, sui mercati, è considerato “spazzatura”.

CRISI POLITICA BRASILE –

Quanto al quadro politico, il governo sembra paralizzato. L’unico intervento che è riuscito a fare è stato l’aumento dei prezzi, a  partire  dal più 9 per cento dei biglietti dei mezzi pubblici, e la diminuzione delle pensioni, con proteste popolari, scioperi, e molotov in piazza, a San Paolo ed a Rio. Durante le manifestazioni i cartelli più esposti avevano questa scritta, rivolta alla maggioranza di governo: “Smettetela di rubare”. E qui la tempesta perfetta brasiliana diventa un paradigma per tutte le società che provano ad uscire dalle secche del sottosviluppo: fin quando la corruzione resta sopra il livello di guardia, non c’è progresso economico che possa reggere nel tempo.

SVILUPPO ECONOMICO DEL BRASILE –

Il miracolo brasiliano, e questa è storia, ha avuto il suo motore nei sette anni (2003-2010) del governo di Ignàcio Lula de Silva, autore di una politica ispirata a una significativa apertura al mercato e agli investitori, specie stranieri, ma anche a una forte redistribuzione del reddito a favore delle fasce più povere con massicci investimenti per il reddito minimo e per dare una casa a tutti i cittadini. Un modello di riformismo statalista che ha attirato grandi aziende globali, ha rimesso il Brasile al centro della geopolitica, e ha aperto le porte a una nuova domanda da parte di 200 milioni di abitanti lanciati verso il girone del benessere da ceto medio occidentale, con i relativi simboli del consumo.

La successione di Dilma Rousseff, che ha fatto un primo mandato e ha vinto due elezioni (le ultime nel 2014), non ha funzionato, nonostante la benevola protezione di Lula. Il nuovo governo ha perso colpi sotto effetto innanzitutto di una dilagante corruzione, a partire dallo scandalo Petrobas, la gigantesca holding petrolifera, che ha assunto il ruolo del bancomat del Partito dei lavoratori (di Lula e della Rouseff), con miliardi di real sotto forma di tangenti e di finanziamenti illegali. Arresto dopo arresto, e con una sequenza di inchieste, si è arrivati alla richiesta di impeachment della Rouseff, che rischia di essere eliminata per via giudiziaria, ed a consensi al Partito dei lavoratori crollati al minimo storico del 9 per cento (superavano il 65 per cento ai tempi di Lula).

PROSPETTIVE ECONOMIA BRASILE –

Come uscirne? Le prossime elezioni politiche sono previste soltanto nel 2018, e al momento una valida e solida successione alla Rousseff non si vede. Lula sarebbe pronto a tornare in campo, ma anche lui deve fare i conti con le inchieste giudiziarie, e se la Rousseff è chiamata in causa anche come ex presidente di Petrobas, il suo nume tutelare è sotto inchiesta per gli appalti assegnati alla società Odebrecht, un colosso nel settore delle costruzioni. Proprio la Petrobas, schiacciata da un indebitamento di 91 miliardi di dollari, a sentire i rumors delle piazze finanziarie potrebbe diventare la Lehman Brothers del 2016: il suo default, stiamo parlando di una delle prime compagnie petrolifere del mondo, avrebbe catastrofici effetti a catena. Come effetti a catena di segno negativo potrebbero piovere sul gruppo di grandi aziende italiane ben radicate in Brasile. Non sono poche. La Fiat Chrysler, per esempio, è la numero uno sul mercato nazionale dell’auto, la Telecom è tra i primi operatori telefonici, e posizioni importanti hanno conquistato Astaldi, Enel e Pirelli. Per loro, come per milioni di investitori che hanno visto iniziare l’anno finanziario sotto il segno del Toro e di un’altissima volatilità, il Brasile rischia di trasformarsi dall’Eldorado della globalizzazione all’inferno di una nuova recessione mondiale. Accompagnata dal beffardo sventolio dei paesi partecipanti ai prossimi giochi olimpici.

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