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Crescita, ma quanto ci costi

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di Gea Scancarello

Lo ha detto per primo Mario Draghi, governatore di Bankitalia. Lo ha ribadito Jean-Claude Trichet, ancora per poco a capo della Banca centrale europea. Da ultimo, lo ha messo nero su bianco l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico: l’Italia deve crescere.  Aumentare la produzione, espandere i consumi,  accrescere il reddito. Mettere, insomma, il turbo alla locomotiva dell’industria e della ricchezza nazionale, per superare la fase di stallo  in cui ristagna da tempo.
La previsione, però, è lontana dall’avverarsi. Secondo il rapporto dell’Ocse, nel 2011 l’aumento del Prodotto interno lordo (Pil) italiano sarà pari all’1,2%. Un dato debole, secondo gli analisti. «Un insensato eccesso» nelle parole dell’economista 75enne Elvio Dal Bosco.
Per 30 anni funzionario del centro studi della Banca d’Italia, Dal Bosco conosce da vicino le dinamiche di creazione della ricchezza e dell’economia mondiale. Ne ha scritto diffusamente, anche dopo essere uscito da Palazzo Koch, in
La leggenda della globalizzazione (Bollati Boringhieri) e L’economia mondiale in trasformazione (Il Mulino). Entrambi basati su un assunto: il calcolo della ricchezza nazionale non può dimenticare i danni ambientali e sociali prodotti dall’accelerazione della crescita.

DOMANDA. È d’accordo con l’analisi dell’Ocse?
RISPOSTA. No, ci mancherebbe. È assolutamente insensata.
D. E perché mai?
R.  È ora di finirla con questo mito della crescita. Da anni non si dice altro e invece di progredire andiamo indietro: nel 2011 non ce lo possiamo più permettere. Non è sostenibile.
D.  Qual è il parametro per decidere la sostenibilità?
R.  L’ambiente, ovviamente. Le risorse sono finite per definizione. E quindi, sempre per definizione, non possono essere utilizzate per perseguire una crescita infinita. Oltretutto, a cosa serve rincorrere la ricchezza? A cosa serve?
D. A stare meglio?
R. Macché. Il parametro dello sviluppo non può essere la crescita quando i bisogni primari sono più che soddisfatti da 30 anni. Almeno in questa parte di mondo, non ha senso andare avanti così.
D. Fa differenza dove si vive?
R. Mettiamola così: l’industrializzazione, lo sviluppo, la crescita servono a ottenere un benessere base. Una volta raggiunto quello, però, non ha senso perseguire ad libitum. Quindi è giusto che l’Africa, l’Asia e i posti dove le condizioni di vita sono ancora difficili continuino a spingere sul Prodotto interno lordo, noi no.
D. Ma fermarsi è difficile, una volta iniziato. Come si fa?
R. Si può stabilire un reddito pro capite massimo, che consenta di avere condizioni di vita dignitose. Intendiamoci, non si parla solo di vestirsi e mangiare: nei bisogni primari oggi sono contemplati anche molti vizi. Il punto però è avere una macchina, e non quattro.
D. E chi dovrebbe imporre il limite?
R. Le coscienze individuali. Non è una follia, mi creda. In Germania c’è stato un gruppo nutrito di imprenditori che ha scritto una lettera pubblica chiedendo che venisse messo un tetto ai redditi dei manager. Non due o tre comunisti: un migliaio di persone. Anche così si ferma la corsa smodata al Pil.
D. In Italia però la crescita è necessaria per pagare il debito pubblico e gli interessi sul debito.
R. Se il debito in Italia è elevato è anche perché l’imposizione fiscale sugli alti redditi è troppo bassa. Bisogna ripensare l’intero sistema.
D. Basta modificare le tasse e mettere un tetto agli stipendi per rivoluzionare il paradigma?
R. No, ovviamente. Si tratta di una serie di azioni congiunte. Io credo che il primo passaggio sia modificare la struttura dei consumi.
D. Come?
R. Non è possibile che chi ha tanti soldi da spendere continui ad acquistare: case, barche, auto, telefoni, computer. Non sono necessari, e per produrli si consumano le già esigue risorse ambientali che ci sono rimaste.
D. A dire il vero è il contrario. Meno soldi hai in tasca e più cose desideri.
R. Certo, il consumo è imitativo. Dalle classe alte a quelle basse. Per questo chi ha più disponibilità deve dare l’esempio.
D. Se non si compra, le industrie non producono e la gente resta senza lavoro.
R. Panzane. Non si tratta di smettere di produrre di tout court, ma di cambiare il modello. Sono anni che si dice che bisogna pensare a un’altra mobilità: allora, al posto di fare le auto a benzina, facciamo le biciclette. La gente sarà impiegata diversamente.
D. Le imprese usano elettricità e petrolio anche per fare le biciclette.
R. Bisogna fare dei conti. Si produce solo quello necessario. Quello che è compatibile con la natura e il Pianeta.
D. E come si stabilisce?
R. I parametri sono semplici: l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera, l’uso di combustibili fossili, la capacità di rifornirsi di energia verde. Poi, bisogna abbandonare l’idea del reddito. L’unica cosa di cui ci si deve preoccupare è l’occupazione: lavorare meno, lavorare tutti.
D. Sembrano slogan vetero-comunisti.
R. Mi riferisco semplicemente alla crisi del biennio scorso. Sarebbe stata il momento ideale per avviare la riconversione ecologica. Un cambiamento di questo tipo non si fa da un momento all’altro: ci vuole molto tempo per cambiare la struttura di pensiero della gente.
D. E come si inizia?
R. Smettendo di gridare al delitto se il Paese perde mezzo punto di Pil. Non è la fine del mondo, anzi. Ma per capirlo ci vuole una visione politica di lungo periodo.
D. E un po’ di fiducia nelle utopie.
R. No, anzi, non creda che il Pil sia uno strumento preciso per calcolare davvero lo stato di benessere di una nazione. Non si conteggiano i danni che producono alcune voci al capitolo “ricchezza”. La salute della popolazione, la pulizia dell’aria, la conservazione della natura non rientrano nel calcolo, tanto per dire.
D. A chi tocca dare l’esempio?
R. Toccherebbe ai governi e agli anziani, quelli che si sono goduti tutto e ora devono imporsi dei limiti. Ma penso sarà più facile che ci arrivino i ragazzi. Tra una decina d’anni.