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Abitare insieme contro la solitudine: il fenomeno del co-housing della terza età

Aumenta in tutta la penisola la condivisione delle case per le persone over 65. Ci si tiene compagnia, le spese diminuiscono nettamente e la salute ci guadagna: meno depressione e più serenità. Una delle pioniere del co-housing, Laura Lanciotti, ha spento da poco 100 candeline

Un nuovo paradigma abitativo per gli over 65: vivere insieme in case condivise, con spazi di privacy garantita e altri in comune. Per sconfiggere la solitudine, supportarsi reciprocamente nei periodi di difficoltà, ritrovare un senso diverso ad una vita ormai lontana dai ritmi frenetici del lavoro, offrendo un antidoto all’isolamento. Con un vantaggio in più, quello di poter beneficiare di economie di scala per quanto riguarda i costi degli interventi assistenziali, sia in termini sociali che sanitari. Il risparmio, poi, è anche e soprattutto in termini di canone mensile: l’affitto si dimezza, e il costo è comunque inferiore alla retta di una residenza socio-assistenziale.

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COHOUSING ANZIANI

Il fenomeno del vivere insieme è generalmente accettato a livello culturale quando si parla di residenze per studenti o stanze prese in affitto da giovani lavoratori: la questione cambia quando sul piatto c’è un discorso di cura delle persone più anziane. In tal caso, sono i pregiudizi culturali a frenare l’affermarsi, in Italia, di un modello abitativo comunitario. Siamo ancora troppo legati ai modelli familiari tradizionali, in cui i bisogni di cura e socializzazione sono delegati ed espressi solo e soltanto all’interno delle famiglie, nonché alle forme di proprietà classica dell’abitazione. Senza contare un aspetto di abitudinarietà relativo all’età: gli anziani spesso non amano vivere con altri, condividere spazi e oggetti o cambiare casa o quartiere.

Secondo l’Istat, nel 2050 ci saranno 263 anziani ogni 100 giovani e il sistema assistenziale basato ancora per la maggior parte sul lavoro di cura delle donne e sulla famiglia rischia di implodere: il cohousing rappresenterà una valida alternativa alle rette costose delle case-anziani e ad una vita in una stanza più o meno anonima. Salvo casi particolari che richiedono cure mediche ravvicinate e costanti, per nonni e nonne abitare insieme non è soltanto un modo per risparmiare sulle spese, che a volte incidono tantissimo su pensioni sempre più misere, ma innanzitutto di compagnia.

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SILVER COHOUSING

Pian pianino anche in Italia sta prendendo piede il fenomeno del silver co-housing, la condivisione di spazi abitativi, con relativi annunci di ricerca di inquilini da parte delle persone anziane. Silver, che sta per argento, come il colore dei capelli delle nonne e dei nonni che non hanno alcuna intenzione di trascorrere la vita restante in una casa di riposo. La condivisione degli spazi domestici, infatti, spesso dà vita a una vera e propria nuova”famiglia”, in cui si condividono interessi, ci si dedica alle altre e agli spazi comuni a seconda delle proprie possibilità e inclinazioni, si gestisce il tempo in modo collettivo. Tanto è vero che tra i tanti vantaggi del co-housing nella terza età c’è quello delle migliori condizioni psicofisiche che assicura. Una ricerca che arriva dagli Stati Uniti dimostra, per esempio, che farsi compagnia e condividere le giornate tra persone anziane garantisce almeno 10 anni in più di autosufficienza. 

COHOUSING TERZA ETÀ

Laura Lanciotti, cento anni compiuti da poco, ne è assolutamente convinta. Pioniera del modello di coabitazione versione “senior” vive da sei anni in un appartamento di 150 metri quadrati ad Ostia. Insieme a lei ci sono altri 5 anziani e due badanti. La lotta per la sua autonomia, costretta su una sedia a rotelle per la maggior parte del tempo a causa di un problema di deambulazione, comincia dal mattino, dal dover raggiungere, da sola, il salotto dalla camera da letto. Eppure, tra i suoi oggetti, i suoi muri, i suoi mobili, ogni fatica sembra minore: dal 2010 al 2014 Laura, senza figli e vedova, senza nessuno che potesse prendersi cura di lei, entra in una RSA in provincia di Roma. Da quel momento in poi, nonostante le cure ricevute, la sua vita sembra spegnersi lentamente: ogni giorno trascorso a letto per lei significa l’aggravarsi di un problema di depressione, e non ha altro desiderio che tornare a casa, andare via di lì.

I volontari della Comunità di Sant’Egidio che si erano per primi fatti carico della sua situazione, infatti, cercano di elaborare questo modello assistenziale che si muove ibrido tra ricerca di autosufficienza e necessità di assistenza medica, e così Laura inizia a vivere con altri nonni e altre nonne, intrecciando nuove relazioni significative e riempendo di nuovo la sua vita di emozioni e di colore. Momenti di chiacchiere, di socialità, pranzi e cene insieme, TV.

L’esperimento, funziona. Laura ha da poco spento cento candeline tutto sommato in buona salute, e non sono poche le altre esperienze di coresidenza sul territorio romano: gli appartamenti “sociali” sono circa un centinaio. Ne usufruiscono anche persone con disabilità, e possono essere di proprietà o in affitto, con una quota economica di partecipazione che è corrisposta in base alla pensione di ciascun ospite. In generale, però, non c’è una tariffa fissa: il prezzo varia in base alle dimensioni della casa, al numero e alle possibilità economiche degli inquilini. L’importante è che le spese siano divise equamente.

Altri esperimenti di cohousing, poi, permettono di incrociare le generazioni. Accade, ad esempio, in Ohio, nella casa di riposo Judson Manor di Cleveland, dove vivono un centinaio di persone anziane che ospitano gratuitamente una ventina di giovani. Con tutti i vantaggi che si generano dall’intrecciare generazioni e vicende biografiche così diverse tra loro.

(Immagine in evidenza tratta da Repubblica.it // Photocredits: Repubblica.it)

STORIE DI NONNI E NONNE:

 

 

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1 Comment
  • lella
    03.07.2015

    il post dice che gli over 60 che vivono da soli sono 3 milioni e mezzo in Italia . Come è possibile allora che fino a 67 anni gli anziani debbano lavorare, perché questa è l’età in cui si può andare in pensione ? O vogliono farci morire , o tengono al lavoro persone incapaci, inadatte, malate, demotivate. Come lavora un 65enne a livello di qualità, capacità esecutiva, velocità di apprendimento ? E i giovani sono senza speranza e disoccupati