Cascina Caccia: nell’ex bunker della n’drangheta si producono miele biologico e zafferano

La gestione di un bene sequestrato a un boss della malavita oggi è affidata a una rete di associazioni di volontari. Con ottimi risultati.

cascina confiscata alla 'ndrangheta
La  Cascina “Bruno e Carla Caccia” a San Sebastiano da Po, in provincia di Torino, è un esempio di come i beni sequestrati ai clan criminali della malavita si possono non sprecare e utilizzare bene, con vantaggi per tutta la comunità del territorio.

Qui si producono miele biologico e zafferano, con vendite online, ma oltre ai prodotti agricoli si curano ancheOltre alla produzione di cibo e prodotti agricoli, la Cascina Caccia si curano anche  laboratori educativi e percorsi formativi per studenti e cittadini, si organizza eventi culturali, e si offre ospitalità per gruppi e volontari.

La gestione operativa della Cascina Caccia è affidata a una rete di organizzazioni della società civile e associazioni del Terzo Settore che operano secondo i principi della legalità, dell’inclusione e della sostenibilità:

  • Associazione ACMOS – gestisce le attività quotidiane della cascina e coordina progetti di educazione, lavoro e produzione.
  • Libera Piemonte – rete territoriale dell’associazione nazionale Libera contro le mafie, che promuove iniziative di memoria, educazione civica e cultura della legalità.
  • Cooperativa Nanà – coinvolta nella produzione gastronomica e nei laboratori di trasformazione alimentare.
  • Il Comune di San Sebastiano da Po collabora con queste realtà per progetti educativi, culturali e sociali.
Il terreno coltivato è di oltre un ettaro, mentre la  Cascina è disposta su tre piani, per una superficie complessiva di 850 mq. Il primo piano è adibito al pernottamento dei gruppi: due camere da 6, una da 4 e una da 8 (per un totale di 24 posti letto) sono a disposizione degli ospiti, così come un locale docce e un locale destinato ai servizi igienici. Al pianterreno si trovano invece una cucina e un salone di circa 80 mq.

Dedicata alla memoria di Bruno Caccia, Procuratore Capo di Torino, ucciso in un agguato mafioso il 26 giugno 1983 e di sua moglie Carla, la Cascina è diventata un simbolo della lotta alle mafie nel Nord Italia, ma ancora di più, un simbolo di luce e di riscatto. Il bene apparteneva alla famiglia ‘ndranghetista di Domenico Belfiore, reggente di una vera e propria associazione mafiosa che da sola controllava e gestiva il traffico di stupefacenti, l’usura, i sequestri di persona, il gioco d’azzardo e le scommesse in tutta l’area metropolitana di Torino. Domenico venne condannato all’ergastolo nel 1993 come mandante dell’omicidio di Bruno Caccia.

Immagine in evidenza tratta dalla pagina Facebook della Cascina Caccia

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