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A Cuneo il Forum dell’informazione ambientale

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"La democrazia non è solo forma ma anche contenuto. Il principio fondamentale di una vera vita democratica è difendere la libertà delle persone": con queste parole il brasiliano Euclides Mance, fondatore del World Social Forum, ha inaugurato il IX Forum Internazionale dell’Informazione ambientale, "People building future: media, democrazia e sostenibilità", organizzato dall’associazione Greenaccord a Cuneo, Saluzzo e Alba, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Cuneo e la Regione Piemonte. Quattro giornate dedicate all’ambiente, al mondo dell’informazione e ai diritti, perché difendere l’ambiente significa anche "garantire il diritto a mangiare, a poter vivere una vita dignitosa, a essere informati correttamente, ad avere un’educazione valida e a vivere in un ambiente sano e non degradato", ha dichiarato Mance.

Ma in quante democrazie avviene tutto questo? In quali Stati le persone possono davvero decidere della gestione delle risorse? La risposta che arriva dal forum, al quale ogni anno partecipano giornalisti ed esperti da tutto il mondo portando la propria testimonianza, non è incoraggiante. Ma per questo è importante trovare nuove soluzioni, capaci di coinvolgere i cittadini nelle scelte politiche del proprio Stato, giocando sul ruolo chiave delle "reti" e cercando di sensibilizzare le istituzioni, a partire dal locale. "Le realtà più

vicine ai cittadini sono anche le più facilmente influenzabili dall’opinione pubblica", ha spiegato Robert Engelman, direttore esecutivo del Worldwatch Institute. "Le istituzioni locali devono sentirsi responsabili verso i cittadini e dialogare con loro".

Il dibattito più scottante, ancora una volta, riguarda l’acqua, bene comune per eccellenza, sempre più prezioso anche per le società avanzate. "C’è un unico strumento che permette di assicurare il controllo democratico su questa risorsa  –  ha detto Hachmi Kennou, governatore del World Water Council  –  ed è la governance pubblica. Sarebbe necessario che in tutto il mondo le autorità locali e regionali si appropriassero di questo potere, anche attraverso i comitati degli utenti e degli agricoltori".

Dall’Amazzonia al Giappone passando per i Paesi dell’Africa Mediterranea, al forum hanno partecipato anche i protagonisti delle rivolte ambientaliste dell’estate scorsa, esempi viventi di casi in cui il controllo democratico sulla gestione delle risorse riesce a cambiare in meglio le cose. "I modelli economici attuali  –  ha detto Luciano Canova, docente di economia comportamentale alla Scuola Mattei di Enicorporateuniversity  –  riducono tutto a una dimensione monetaria, sottovalutando tutte le altre componenti che determinano la felicità umana". Ribaltare questo approccio significa dunque cambiare il pianeta, ma purtroppo a livello globale manca una strategia unitaria e definita. "Ancora non abbiamo un modello di progresso che sappia conciliare occupazione, sviluppo e tutela delle risorse – ammette il brasiliano André Junqueira Ayres Villa-Boas, segretario esecutivo dell’ISA (Instituto Socioambiental) – e siamo di fronte a una contraddizione: abbiamo fatto grandi passi avanti nella protezione delle riserve indigene e dei parchi naturali ma i popoli indigeni non hanno alcuna possibilità di far sentire la propria voce in merito a come gestire quei beni".

La voce dei cittadini, a volte, può essere cruciale per evitare politiche dissennate. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Fukushima. "Governo, stampa, agenzie specializzate e scienziati: nessuno ha mai detto a noi cittadini il pericolo che stavamo correndo", ha denunciato Tetsuro Akanegakubo, direttore della Scuola Giapponese di  Roma.

Per trasformare le persone in attori del cambiamento sociale, ancora una volta, è fondamentale la diffusione sempre più capillare dei nuovi media. "Se pensiamo alle rivolte scoppiate in Tunisia, Egitto, Siria e Libia, internet, social network e tutti i mezzi di comunicazione nati grazie al web sono stati dei catalizzatori dei cambiamenti sociali", ha spiegato Belkacem Mostefaoui, sociologo dell’Università di Algeri. "Ovviamente quei cambiamenti già covavano nella società, a causa di regimi autoritari sempre più intollerabili. Ma le richieste di democratizzazione sono state senza dubbio diffuse in modo più rapido dai nuovi media. Il primo risultato è stato ottenuto: cacciare i dittatori. Forse il difficile arriva ora: dare uno sbocco positivo e auspicabile a quelle richieste di cambiamento. Costruire forme di società che aiutino davvero il benessere dei singoli cittadini".