Uno dei casi più eclatanti è avvenuto nel 2024 a San Possidio, in provincia di Modena: 57 asini messi all’asta, dopo il fallimento di un’azienda agricola, a un prezzo base di 250 euro per animali. Tutti pronti per la macellazione. Per fortuna, in quell’occasione intervenne l’associazione animalista Horse Angels, con il supporto anche dell’OIPA (Organizzazione Internazionale Protezione Animali),che grazie a una sottoscrizione pubblica riuscì ad acquistare gli asini e poi a darli in adozione.
Ma purtroppo in Italia gli asini finiscono spesso all’asta per una combinazione di fattori economici, gestionali e sociali più che per un singolo motivo.
Uno dei principali è che, in molte aree rurali, l’asino non è più un animale “produttivo” come lo era in passato (trasporto, lavoro agricolo). Con la meccanizzazione dell’agricoltura, il suo valore economico diretto è diminuito molto. Quando un animale non ha più un utilizzo chiaro o diventa costoso da mantenere, alcuni proprietari scelgono di cederlo.
Le aste entrano in gioco perché sono un modo rapido per “smaltire” animali non più gestibili: allevatori in difficoltà economica, piccoli proprietari o aziende agricole che riducono il bestiame e portano gli animali ai mercati o alle aste pubbliche.
Altri casi frequenti includono:
- Sequestri o controlli sanitari: animali sottratti a situazioni di maltrattamento o incuria vengono poi destinati ad aste o affidamenti.
- Eccedenza di allevamento: se nascono più animali di quanti se ne possano mantenere.
- Età o problemi di salute: asini anziani o non più utilizzabili per il lavoro.
- Abbandono o mancanza di reti di adozione: non sempre esistono canali di adozione per animali da fattoria.
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